mercoledì 31 ottobre 2012

Riapre la storica Stazione di Castellammare di Stabia




UN'ALTRA BATTAGLIA VINTA.

Dopo le proteste del Movimento Neoborbonico e di altre associazioni locali e nazionali, la stazione borbonica di Castellammare, chiusa qualche settimana fa dal sindaco, riapre grazie all’intervento della Regione Campania con l’Assessore Vetrella. Nel pieno, corretto ed efficace rispetto della memoria storica e della mobilità dei cittadini di tutta l’area.  

COMUNICATO-Settembre 2012. 
Il sindaco di Castellammare Luigi Bobbio avrebbe deciso di sopprimere la linea ferroviaria Castellammare-Torre Annunziata, linea superstite dell’antico primato borbonico (prima ferrovia italiana del 1839 estesa nell’area nel 1843). Al di là del fatto che il servizio pubblico mai dovrebbe essere collegato al profitto, queste scelte non spetterebbero al sindaco ma alle Ferrovie e il Movimento Neoborbonico ha inviato al sindaco una nota nella quale lo invita ad evitare questa grave cancellazione della memoria storica che lega il territorio stabiese, la Campania e il Sud a primati, soprattutto economici, che esso poteva vantare fino all’atto dell’unificazione italiana. La linea in questione, del resto, sarebbe sostituita non da un progetto di valorizzazione del territorio in questione ma da una “pista ciclabile” con sviluppi di carattere turistico-culturale e logistico tutto sommato dubbi.  Identità e orgoglio sono due elementi sempre più necessari e preziosi anche di fronte a “questioni meridionali” sempre più dimenticate e tuttora irrisolte, con classi dirigenti inadeguate da circa un secolo e mezzo. 
Ufficio Stampa Movimento Neoborbonico


lunedì 29 ottobre 2012

Quando il Regno delle Due Sicilie era il terzo al mondo per ricchezza, cultura ed arte





I primati di Napoli

di 
Achille della Ragione


Negli ultimi decenni i mass media, tutti di proprietà monopolistica del Nord, hanno non solo falsificato i libri di storia, ma hanno cercato di diffondere lo stereotipo di un Meridione costituito da fannulloni e parassiti, alle cui esigenze debbono provvedere le regioni settentrionali, prospere e laboriose. 

Solo di recente alcuni seri ricercatori, come Gennaro De Crescenzo, assiduo frequentatore di archivi ed alcuni scrittori come Pino Aprile, autore di un pamphlet di successo, che coniuga dati storici inoppugnabili ad una travolgente vena polemica, hanno cercato di rileggere con onestà gli avvenimenti del passato, soprattutto il fenomeno del brigantaggio, che vide un tacito accordo tra i notabili latifondisti e la borghesia imprenditoriale del Nord. 
Le campagne erano in rivolta ed il brigantaggio faceva del Sud un vero e proprio Far West.

Furono i soliti gattopardi, padroni dei voti delle masse popolari, ad aderire alle scelte politico-economiche post-unitarie, privilegiando finanziariamente lo sviluppo delle industrie padane a costo di penalizzare per sempre ogni possibilità di sviluppo del Meridione, i cui abitanti si videro costretti, a decine di milioni, ad abbracciare la scelta dell’emigrazione. 

Fu una diaspora di dimensioni bibliche, un vero e proprio genocidio del quale vanamente troverete anche un accenno nella storiografia ufficiale. 

Il dato più importante da cui bisogna partire è che all’indomani del plebiscito, quando il nuovo regime cominciò ad assumere i primi provvedimenti finanziari, si rese conto che il Regno delle due Sicilie aveva in cassa 443 milioni, più del doppio dei bilanci di tutti gli altri Stati della penisola che, tutti assieme, raggranellavano 220 milioni. 

Tutto ciò a dimostrazione lampante che l’economia era più che florida, esportando legname, grano, frutta, olio, primizie, vini pregiati, carne, uova, pasta, latte ed agrumi, garantendo un costante flusso di valuta estera.

E se passiamo dall’agricoltura all’industria il divario era ancora più accentuato, dalla produzione di pelletteria agli strumenti di precisione, mentre la grandiosa fabbrica di Pietrarsa sfornava a getto continuo colossali macchinari, dalle locomotive alle macchine a vapore, dalle gru ai ponti di ferro alle rotaie, a parte pezzi di artiglieria, bombe e granate. 

Nel frattempo i cantieri di Castellammare producevano centinaia di navi che facevano della flotta borbonica una delle più importanti del Mediterraneo, oltre a molte altre commissionate dall’estero. 

Nella zona di Amalfi era tutto un susseguirsi di cartiere e di opifici tessili e non poche erano le risorse minerarie; a parte lo zolfo in Sicilia, si estraeva ferro, piombo, antracite e talco.

Ma i veri primati di Napoli indiscussi sono nel campo della cultura, dell’edilizia e della scienza. Accenniamo ai principali:

Nel 1738 si diede inizio ai lavori per la Reggia di Capodimonte.
Nel 1751 Ferdinando Fuga ebbe l’incarico per la costruzione dell’Albergo dei Poveri, una struttura gigantesca destinata ad accogliere tutti i poveri del Regno.
Nel 1737, in soli sei mesi, quarant’anni prima della Scala di Milano, si completò il Teatro San Carlo, che divenne l’indiscusso tempio della lirica europea.
Nel 1738 vennero alla luce i parchi archeologici di Ercolano e di Pompei, che attirarono per decenni gli entusiasti visitatori del Grand Tour.
Nel 1743 fu fondata la celeberrima Fabbrica di porcellane di Capodimonte.
Nel 1771 fu affidato il compito a Luigi Vanvitelli di costruire a Caserta una reggia più bella e sfarzosa di quella di Versailles.
Nel 1778 cominciò a funzionare a Palazzo Reale la celebre Fabbrica degli arazzi. L’anno successivo nacque la manifattura di San Leucio, una singolare fabbrica governata da rivoluzionarie regole socializzatrici.
Nel 1798 la spiaggia di Chiaia si trasformò in una splendida Villa Reale. L’anno successivo sorsero i colossali Granili.
Nel 1818 prese il mare il primo battello a vapore e l’anno successivo fu edificato a Capodimonte il primo Osservatorio astronomico d’Europa.
Nel 1837 Napoli fu la prima città italiana ad avere l’illuminazione a gas. Ma la grande impresa fu il 3 ottobre 1839 l’inaugurazione della linea ferroviaria Napoli-Portici, la seconda al mondo, alla quale in breve si aggiunsero altri tratti che misero in comunicazione la capitale con Caserta, Capua, Cancello, Nola e Sarno. La rete stradale nel 1855 era di ben 4587 miglia.
Nel 1841 sorse ad Ercolano l’Osservatorio Vesuviano. Nel 1852 nacque la prima linea telegrafica Napoli-Gaeta ed in breve furono in contatto tutte le principali città, comprese Reggio Calabria e Messina attraverso una linea sottomarina.
Nel 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati. I presidi sanitari erano all’avanguardia in Europa ed importante fu anche la funzione dei Monti di Pietà che contrastarono attivamente il fenomeno dello strozzinaggio.
In campo culturale ricordiamo l’Accademia delle Belle Arti, il famoso Conservatorio di Musica e una prestigiosa Università.
Molteplici furono le attività artigianali, dalla coniazione di monete alla legatoria di lusso, dalla lavorazione del corallo e della maiolica all’intaglio dell’avorio e all’elaborazione di gioielli d’oro e argento.
Potremmo continuare a lungo, ma vogliamo concludere con i tanti teatri, più di Parigi, che erano sempre stracolmi e testimoniavano la gioia di vivere di un popolo che scaricava così i suoi timori e le sue insoddisfazioni. 
Ricordiamo il Fiorentini, il Mercadante, il San Ferdinando, il San Carlino, dove la famiglia Petito immortalò in spassosissime commedie la celeberrima maschera di Pulcinella.

Fonte: napoli.com

venerdì 26 ottobre 2012

Gennaro De Crescenzo " I peggiori 150 anni della nostra storia".






Venerdì 26 ottobre, ore 18.00, Libreria Loffredo, via Kerbaker 19/21 (adiac. P. Vanvitelli), Napoli, presentazione del libro “I peggiori 150 anni della nostra storia. L’unificazione come origine del sottosviluppo del Sud”, Edit. Il Giglio, 2012 con l’autore, Gennaro De Crescenzo, dr.ssa Marina Carrese (giornalista), prof. Orazio Abbamonte (Seconda Università di Napoli). 

giovedì 25 ottobre 2012

Intervista al Sindaco di Motta Santa Lucia sulla restituzione del cranio del Brigante Villella



Il sindaco, Lombroso e la testa di Villella
"La rivogliamo indietro per motivi umanitari"
Intervista a Amedeo Colacino sindaco di Motta S.Lucia (Cz)
di 
Sergio Rizza

Mi consenta a…
Amedeo Colacino, sindaco di Motta Santa Lucia (Catanzaro) - Nella foto: accanto alla testa di Giuseppe Villella al Museo Lombroso di Torino.

Quindi avete vinto il ricorso. Il giudice ha sentenziato che il Museo Lombroso di Torino deve restituirvi la testa del “brigante” Giuseppe Villella, vostro compaesano. Ve la ridanno o no?
La testa è ancora lì. Ma la sentenza è stata notificata, e anche il precetto. Loro possono fare ricorso. Ma se non otterrranno la sospensiva mandiamo l’ufficiale giudiziario.

Certo, seppellirete solo la testa, degnamente. Il resto del corpo…
Non so dove sia, non so se ce l’abbiano loro. Oltre alla testa di sicuro hanno il calco del cranio, ma su questo non abbiamo pretese. Secondo la normativa i resti mortali non si possono esporre, se non per ragioni scientifiche. Che però nel frattempo sono decadute. Stiamo parlando dell’atavismo…

…ossia la naturale, e anatomicamente avvertibile, predisposizione al crimine degli individui. Specie di quelli meridionali: così concludeva il Lombroso, che fu inviato al Sud a studiare il brigantaggio. La vostra è una rivendicazione meridionalista?
Il ricorso l’abbiamo fatto come amministrazione comunale. Poi, ad adiuvandum, si è affiancato il Comitato No Lombroso. Tengo a precisare che ne fanno parte anche Comuni del Nord. La nostra è una battaglia umanitaria, non meridionalista. Noi non siamo neoborbonici, anche se loro ci sostengono.

Anche una questione familiare. Lei discende da Villella, ho letto.
Non io, mia moglie discende indirettamente da Villella. Che non era un brigante, poi. Aveva solo qualche precedente per furto di pollame e per l’incendio di un mulino.

La segreteria telefonica del suo Comune dice: “Siamo il paese del pane, dei portali (antica scuola artigiana specializzata in portali di tufo, ndr) e del brigante Villella”…
Sì, è definito un brigante, ma sa, il senso ormai non è più così spregiativo. Noi vorremmo addirittura rivalutarlo come patriota. Fu catturato dai piemontesi dopo l’Unità e incriminato in base alla legge Pican (morì in carcere nel 1872, ndr).

Quindi la vostra è una lotta politica, in fondo.
Non è ammissibile che perfino delle scolaresche paghino il biglietto per vedere i resti mortali di un mio concittadino bollato come un delinquente “atavico”. Era uno che difendeva la sua terra.

E allora cambi la segreteria telefonica!
Sicuramente! (ride)

Fonte: Metro News


lunedì 22 ottobre 2012

Un incredibile bagno di folla per Carlo di Borbone. A Cava de’ Tirreni si è scritta una pagina di storia.




A Cava de’ Tirreni il 20 ottobre 2012 si è scritta una pagina di storia e ciò grazie al lavoro ventennale di caparbi neoborbonici, all’entusiasmo incontenibile ed illuminato dallo sguardo del Signore di un umile Frate, dal coraggio di un Sindaco onesto, leale e capace e dal rigore etico e morale del Simbolo Vivente della nostra Identità e della nostra Dignità, S.A.R. Carlo di Borbone, Duca di Castro e Principe delle Due Sicilie.

Per la cronaca dell'evento  www.neoborbonici.it   





















giovedì 18 ottobre 2012

Eddy Napoli in concerto al Teatro Cilea





Eddy Napoli al Teatro Cilea        


Eddy Napoli, artista autenticamente meridionalista e ambasciatore nel mondo della canzone classica napoletana, oltre che autore della canzone-simbolo delle controcelebrazioni dei 150 anni dell'Italia unita ("Malaunità"), protagonista al Teatro Cilea di tre serate da non perdere: 19 ottobre ore 21; 20 ottobre, ore 21; 21 ottobre ore 18. Insieme all'altra ex voce solista femminile dell'Orchestra di Arbore, Francesca Schiavo. 
Un'occasione per immergersi nella tradizione culturale musicale più vera, un'occasione per salutare uno dei pochi protagonisti del mondo dello spettacolo e della cultura capace di accompagnarci, da anni, nel nostro percorso di verità e di orgoglio. 
Vivamente consigliato da questa Redazione.

Info Teatro Cilea Napoli 081 7141801.  






mercoledì 17 ottobre 2012

Negato il campo di sterminio piemontese dove furono lasciati morire i Soldati borbonici. Scriteriate offese ai ricercatori Neoborbonici




Nell’articolo firmato da Corrado Stajano sul Corriere dell’11/10/12 con la recensione del libro di Alessandro Barbero sui prigionieri borbonici nella fortezza di Fenestrelle, sono state pubblicate alcune affermazioni false, calunniose e diffamanti riferite ai “neoborbonici”. I “neoborbonici”, infatti, vengono definiti
“dissennati” o addirittura “assatanati” oltre che artefici di “invenzioni” e “strumentalizzazioni”. Il  Movimento Neoborbonico è un movimento culturale senza alcuna finalità politico-elettorale o commerciale nato nel 1993; vanta decine di migliaia di iscritti e simpatizzanti in Italia e all’estero;  titolare del relativo marchio registrato, ha all’attivo centinaia di manifestazioni, convegni, mostre e pubblicazioni con migliaia di pagine di rassegna-stampa presso i media non solo nazionali e con la creazione di una categoria culturale e storiografica definita negli ultimi anni “neoborbonica”. 
Il Movimento Neoborbonico, pertanto, con il proprio ufficio legale, preannuncia, suo malgrado,  una querela contro l’articolista e il quotidiano Corriere della Sera in mancanza di una smentita circa le asserzioni citate, al solo fine di tutelare la sua onorabilità: nel caso in questione, infatti, è del tutto arbitrario, immotivato e decontestualizzato (trovandosi nell’ambito di un dibattito storiografico e nell’ambito di un  dibattito storiografico tutt’altro che risolto) utilizzare la terminologia utilizzata nell’articolo e riferibile a chi, in circa 20 anni, ha semplicemente realizzato e divulgato ricerche anche sulla complessa questione di Fenestrelle e sulle deportazioni, la detenzione e le drammatiche conseguenze a danno di migliaia di soldati borbonici durante l’unificazione italiana. Nello stesso tempo, si allega alla presente comunicazione un intervento storiografico-archivistico in risposta ai temi esposti nell’articolo in oggetto.    

Analoga comunicazione è stata inviata al prof. Alessandro Barbero per quanto dichiarato nell'articolo e per quanto pubblicato nell'introduzione del libro di J. Bossuto e L. Costanzo (Le catene dei Savoia, 2012) con riferimento alla pubblicistica "neoborbonica" che avrebbe "confuso le idee", reso "selvaggi e parziali i dibattiti", con "invenzioni non si sa quanto in buona fede", a "uso e consumo delle passioni e degli interessi del presente" e per quanto pubblicato nel suo testo (I prigionieri dei Savoia, pp. 311 e sgg.) in cui, al di là delel gratuite ironie su ricercatori e artefici di commemorazioni, utilizza una terminologia offensiva e inappropriata sempre riferendosi ai neoborbonici, citando anche testi del sito dell'Associazione Culturale Neoborbonica e mescolando citazioni dal "mare magnum" di internet, fonti archivistiche, passi della Civiltà Cattolica (la rivista dei Gesuiti artefice prima delle "menzogne") e brani dei (documentati) testi di Del Boca, Izzo, Di Fiore o Aprile ("spudorate reinvenzioni", "furibonde mistificazioni", "impudicizia", libri "incredibilmente pubblicate da case editrici nazionali" fino addirittura all'affermazione che chiude lo stesso libro con l'invito a non "stravolgere il proprio passato per fini immondi") (p. 316).    
Ufficio Legale Movimento Neoborbonico. 
Napoli

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Fenestrelle, verità e rispetto per i Soldati Napoletani 
e per i Neoborbonici

Alessandro Barbero (docente di storia medioevale e romanziere piemontese) ha scritto un libro per “raccontare la verità su Fenestrelle”. Siamo, ovviamente, in attesa di leggere il libro in uscita in questi giorni (OVVIO IL SUGGERIMENTO DI EVITARE DI ACQUISTARLO) ma già secondo la recensione pubblicata sul Corriere (Corrado Stajano, 11/10/12), “il libro non offre un’analisi storica complessiva” e ricostruisce le vicende dei soldati borbonici imprigionati nel forte sabaudo “con una minuzia eccessiva”. Qualche osservazione è necessaria per chiarire la posizione di quei neoborbonici che nell’articolo vengono definiti “dissennati” o addirittura “assatanati” e artefici di “invenzioni” e “strumentalizzazioni”. E’ forse un’invenzione neoborbonica o della Civiltà Cattolica (rivista dei Gesuiti accusata dall’autore di aver raccontato molte menzogne sul tema) che circa sessantamila soldati dell’esercito napoletano furono arruolati nell’esercito italiano “in ogni modo” (parole e cifre dell’articolista)? E’ falso che essi furono deportati con viaggi lunghissimi e spesso drammatici in “campi di concentramento-lager” (questo il termine -piaccia o no- più appropriato) come quelli di Fenestrelle o di San Maurizio, Alessandria, San Benigno, Bergamo, Milano, Parma, Modena o Bologna? E’ forse un’invenzione che molti di loro portavano addosso “cenci e uniformi leggere” e furono trasportati nel gelo delle Alpi o altrove solo perché “si ostinavano a non tradire il giuramento” fatto al loro legittimo Re e continuavano a “dirsi napoletani”? E quale diritto consentiva o avrebbe consentito questa scelta di un governo contro un governo legittimo senza neanche una dichiarazione di guerra? A cosa si legava quella “decisione  del governo di Torino di arruolare subito nel’esercito italiano” quei soldati? E’ da “dissennati o assatanati” pensare che quella decisione si legava proprio al fatto che il governo di Torino avrebbe potuto trattarli, punirli o tenerli in prigione (dopo “aspri conflitti”) come disertori piuttosto che come prigionieri di guerra “con le garanzie a cui avevano diritto”? E poi una domanda banale ma opportuna: perché, se non ci fosse stata una volontà punitiva e coercitiva, invece di organizzare costosissimi viaggi e campi-prigione, non chiedere a quei soldati “in loco” la disponibilità a passare all’altro esercito e, in caso di rifiuto, lasciarli liberi? A proposito della mancanza di un’analisti storica complessiva, poi, già lamentata dal recensore, se pochi anni prima dei fatti in questione Fenestrelle era sotto accusa per le condizioni “di brutalità assoluta” in cui vivevano prigionieri (e guardie) in un sistema giudiziario-poliziesco sabaudo che (come si rileva da un recente testo di cui il prof. Barbero ha scritto anche l’introduzione), prevedeva “la rottura di ossa, le decapitazioni con le teste recise accanto alle braccia e nelle gabbie” (abitudine consolidata e duratura, come dimostrano le “decapitazioni per  comodità di trasporto” praticate ai danni dei nostri “briganti” post-unitari dai soldati piemontesi: cfr. Busta 60 Fondo Brigantaggio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito Italiano), in quale momento storico la stesso sistema avrebbe trasformato Fenestrelle in un albergo a cinque stelle? E se fosse stato tutto così “umanitario e caritatevole”, perché mai quei prigionieri avrebbero scelto il suicidio lanciandosi in mare durante i viaggi (cfr. “L’Armonia”, 1861) o i rischi di un complotto? Il processo, come afferma Barbero, avrebbe portato gli imputati al “rinvio ai loro corpi militari” ma questo, come si è detto, non rappresentava automaticamente per loro una liberazione. La ricerca archivistica, come sa bene chi frequenta gli archivi per decenni e assiduamente, è spesso una ricerca “in negativo”: sono più numerosi, cioè, i documenti che mancano e che o sono scomparsi o sono altrove, piuttosto che quelli che abbiamo la fortuna di ritrovare. E se ci risulta un documento in cui un ufficiale racconta la nostalgia di un militare borbonico con umanità, quanti ufficiali non hanno raccontato il loro disprezzo (o le loro punizioni) verso gli stessi soldati?  Del resto, più “illegali” erano le pratiche finalizzate alla punizione o alla eliminazione di quei soldati nemici, meno sono le “prove” archivistiche rintracciabili, come ci dimostrano storie e stermini anche più attuali (quali archivi conservano i documenti di tutti i  morti dei massacri nazisti o comunisti?). E il problema resta e resiste addirittura ancora nel 1872 se il governo italiano trattava la complicata questione della costituzione di una “colonia penitenziaria” prima in Patagonia, poi in Tunisia, sull’isola di Socotra o in Borneo… Evidentemente si trattava ancora di migliaia di “refrattari” con la progressiva e drammatica aggiunta dei nostri “briganti”. Quello che non torna, dopo tanti (troppi) anni è il numero dei nostri soldati: se, come si afferma anche nell’articolo, ben sessantamila soldati furono trasportati, deportati, ricoverati, arruolati o imprigionati al Nord, quanti di essi furono effettivamente assassinati, fucilati o feriti? Quanti di essi morirono nelle carceri o nei campi di concentramento-lager dei Savoia? Quanti ne morirono per quelle ferite o dopo le malattie inevitabili per la promiscuità e la durezza delle condizioni imposte? E se qualcuno sostiene che a casa vi tornarono (ma i riscontri effettuati finora presso gli archivi locali sono negativi e drammatici) o che furono arruolati nel nuovo esercito, perché oltre 10 anni dopo, ancora si cercava di spedirli, a migliaia, in Patagonia? E cosa gli successe dopo i (vani) tentativi di esiliarli visto che non c’era, evidentemente, la volontà di liberarli? E’ certo, allora, che le ricerche devono continuare, ma è altrettanto certo che molte (troppe) migliaia di nostri soldati (in grandissima parte giovani e giovanissimi: il cuore materiale e morale della società meridionale post-unitaria) furono vittime incolpevoli e dimenticate di un’unificazione realizzata con troppi errori e in una storia, “un’altra terribile storia”, come scrisse efficacemente Paolo Mieli proprio a proposito di Fenestrelle (Corriere, 11/10/04), che abbiamo il diritto e il dovere di conoscere rispettando quei soldati borbonici del passato (uno, cento o trentamila poco importa) e rispettando chi oggi cerca semplicemente di ricostruire e raccontare la loro storia nonostante offese e insulti gratuiti e immotivati.
Prof. Gennaro De Crescenzo
Movimento Neoborbonico,
Napoli












martedì 16 ottobre 2012

Braccio di ferro tra i Neoborbonici ed il Museo Lombroso di Torino sul cranio di Villella




“Il cranio del bandito Villella non lo ridiamo”
Il Museo “Lombroso” contro i Neoborbonici
Intervista al coordinatore dei musei universitari di Torino

di
Sergio Rizza


Mi consenta a…Giacomo Giacobini, docente di Anatomia, coordinatore del polo museale universitario Torinese e presidente dell’Associazione nazionale Musei scientifici.

Professore, la vicenda pare surreale. Un magistrato di Lamezia Terme ha ordinato al Museo “Lombroso” di Antropologia Criminale di Torino di restituire al Comune calabrese di Motta Santa Lucia, autore di un esposto in tal senso assieme al Movimento Neoborbonico, la testa del criminale Giuseppe Villella affinché abbia degna sepoltura. E voi questa testa proprio non la volete dare. Farete ricorso?
L’ufficio legale dell’Università sta vagliando il provvedimento del giudice. Valuteremo. Quello che so è che c’è una legge dello Stato del 2004, il Codice dei Beni culturali, che elenca gli oggetti e le collezioni (tra cui quelle anatomiche) che devono essere tutelate. E che quindi sono inalienabili. E c’è anche un altro aspetto.

Quale?
Questo cranio è speciale. È conosciuto in tutto il mondo. Ha un’importanza storica e scientifica enorme. Lombroso si servì su di esso per fondare l’atavismo, una teoria certamente sbagliata, ci mancherebbe. E da questo cranio è anche nata la psicopatologia forense.

Ok, ma a parte l’aspetto legale-scientifico ce n’è uno, diciamo così, di sensibilità. Un reperto da tutelare è, chessò, un sarcofago etrusco, mica la testa di mio nonno.
Ma questo è morto a fine Ottocento, ed è comunque comune che in un museo o in un ossario siano esposti resti di persone note. L’importante è che sia esposto in modo rispettoso, rispondente al codice dell’International Council of Museums. Noi, poi, lo esponiamo proprio per dimostrare che l’atavismo di Lombroso è una teoria sbagliata.

Fine Ottocento non è così tanto tempo fa. Ripeto: se fosse proprio la testa di suo nonno?
Non mi darebbe nessun fastidio, nel modo più assoluto.

In ogni caso la testa non è reclamata dagli eredi ma dal Movimento Neoborbonico, che così vuole scrivere per il Sud conquistato dai piemontesi una “narrazione” diversa.
Discutibile. L’atavismo di Lombroso non era “localizzato” nel Meridione. E Villella non era un brigante, poi, ma un semplice ladro.

Occhio, perché i neoborbonici vogliono anche le spoglie del brigante Crocco. Le avete voi?
No, no.

Magari avete qualche altro reperto “a rischio”.
Non mi pare. Quello che ci è successo con la testa di Villella è eccezionale. Ha solo un precedente: la testa di Passannante, l’attentatore di Umberto I, che fu “tolta” al Museo Criminologico di Roma e restituita al Comune di origine. Ma, ripeto, il cranio di Villella è davvero un’altra cosa e ha tutta un’altra importanza scientifica.

Fonte: Metro News

lunedì 15 ottobre 2012

Come imparare a conoscere la storia del Meridione partendo dallo studio dell'idioma.



Corso di Lingua, Letteratura 
e Cultura Napoletana 
a Portici
Come imparare a conoscere la storia del Meridione 
partendo dallo studio dell'idioma.

di 
Tonia Ferraro




Dopo l'annessione (a dir poco violenta) del Regno delle Due Sicilie, il nuovo Governo legittimo (che aveva preso Napoli senza colpo ferire anche col favore della camorra, primo caso nel neonato Regno d'Italia di collusione dello Stato con la malavita organizzata), decise che, per mancanza di fondi, e mentre preparava un nuovo ordinamento scolastico, venissero chiusi tutti gli istituti d'istruzione.
La chiusura durò dieci anni; di conseguenza, venne creata una classe di analfabeti, cosa che diede la possibilità ai vincitori di dare agli ex-duosiciliani la patente di persone ignoranti e retrograde, creando per sé, invece, quella di galantuomini. Sempre dieci anni durò la resistenza dei fuorusciti dall'esercito regolare borbonico. I militari (a parte quelli che si erano lasciati corrompere, permettendo a circa mille uomini di conquistare un Regno intero), infatti, si diedero alla macchia unendosi, a volte, alle bande di briganti, attuando tecniche di guerriglia per contrastare l'invasore. Cosa che diede l'opportunità al nuovo governo di mettere in atto non solo una vera e propria pulizia etnica, ma di inventare la famosa Questione Meridionale, che, per loro, non è stata ancora risolta.
A parte queste poche ma essenziali informazioni, che, grazie alla storiografia ufficiale (scritta dai vincitori), ancora molti ignorano, preme sottolineare che il Meridione era abitato da un grande popolo, colto, raffinato, prospero e all'avanguardia in ogni settore, tanto da essere la terza potenza europea. Il termine borbonico usato oggi, specialmente da persone di scarsa cultura, ha una connotazione estremamente negativa. Invece no, e bisogna conoscere, sapere ed essere orgogliosi della verità storica patrimonio di tutti i Meridionali. Per apprendere la vera storia di un popolo, non c’è niente di meglio che cominciare a studiare la lingua napoletana, idioma ufficiale del Regno delle Due Sicilie, che ha il suo vocabolario, la sua grammatica e la sua sintassi.
E tanto ancora si può conoscere dall’approfondimento della cultura millenaria del Sud e dalle lezioni di civiltà che sono state date al mondo fino all’ultimo giorno di Regno indipendente. Più che valida, dunque, l’iniziativa di Ottocento Napoletano: un corso di lingua, letteratura e cultura napoletana. Ottocento napoletano è una società della Fondazione Pennese, Ente Morale, che, attraverso di essa, realizza profitti per reinvestirli in lavoro per i giovani e utilità sociali Ottocento napoletano, che già nel nome richiama le nostre tradizioni, ha nel proprio statuto la lotta alla camorra, alla corruzione e al malcostume della Pubblica Amministrazione; non è una società onlus in senso economico, ma ne ha le stesse finalità morali; uno dei suoi scopi primari, anzi, è quello di affrancarsi dall’assistenzialismo, produrre e far ripartire la nostra economia.
Il corso che propone, diviso in quattro moduli, ha come finalità quella di fornire ai partecipanti tutti gli strumenti necessari per ottenere la conoscenza della lingua e della cultura napoletana mediante un percorso linguistico, letterario, storico e culturale. La conoscenza della storia locale e del modo in cui si è espresso il genio partenopeo, verrà affrontata di volta in volta attraverso un tema specifico in ognuno dei quattro moduli. Il corso linguistico sarà incentrato sullo studio lingua napoletana attraverso il lessico, la fonetica, la morfologia e la sintassi. Ad esso è strettamente correlato il modulo letterario, all’interno del quale verranno proposti la lettura e lo studio delle maggiori opere in lingua dei grandi autori della letteratura e del teatro partenopei.
La formazione linguistica sarà affiancata dallo studio della storia millenaria di Napoli e della sua cultura, sia sotto il profilo delle arti maggiori, musica, pittura, scultura e architettura, che con lo studio delle opere letterarie. Docente del corso sarà il dott. Leopoldo Fontanarosa, laurea in Lettere Moderne, archivista librario, un master in Gestione ed Amministrazione del Personale; da anni si occupa della tutela e del recupero del patrimonio artistico, musicale e letterario meridionale attraverso diversi progetti nazionali ed internazionali. Tutte le attività che svolge sono associate alla sua principale attività di musicista: diplomatosi presso il Conservatorio di Genova, è violinista e musicologo di rilievo ed è direttore dell’Orchestra della Compagnia degli Artisti di Ottocento Napoletano.

Per ulteriori informazioni sul Corso di Lingua, Letteratura e Cultura Napoletana si può contattare il numero: 081476340, dal lunedì al venerdì, dalle ore 09:00 alle 13:00.

 Fonte: ilmediano.it 



sabato 13 ottobre 2012

Evento a Boscoreale (NA)





Domenica 14 ottobre, ore 18.00, dopo il grande successo del lungo tour estivo, proiezione del famoso docu-film sulla vera storia del Sud "La terra dei Borbone" di DAUNIA DUE SICILIE (Delegazione Neoborbonica per le Puglie). 

Organizzazione a cura di Marisa Monaco e Diletta Acanfora. Sala Maria SS. del Rosario, via G. Della Rocca, Boscoreale (Na). Interventi di Marisa Monaco, Pino Marino e Gennaro De Crescenzo.




Il Principe Carlo di Borbone in visita a Cava de' Tirreni














mercoledì 10 ottobre 2012

Partono i Bastimenti




NAPOLI
Il registra Pino Tordiglione visita la mostra di “Partono i Bastimenti”


“Suggestiva questa mostra, una ricostruzione straordinaria, meticolosa, fatta di documenti e video che richiamano alla memoria i sacrifici e le sofferenze dei nostri padri in America, compreso mio nonno che diede le sue gambe alla Città di Boston rimanendo paralizzato a causa di una frana durante la costruzione della rete fognaria della Città. E’ la storia di tutti, un esempio  per capire, oggi,  il fenomeno dell’immigrazione. Ho realizzato tanti documentari sull’emigrazione italiana in Usa, sia per Raiuno che per Rai International, ma rivedere quelle scene e’ come se fosse sempre la prima volta, ti attanagliano ad un ricordo così lontano e vicino nel contempo, e ti prende sulla pelle facendoti rievocare forti emozioni.” Così ha dichiarato il regista Pino Tordiglione alla visita della mostra.

L’emigrazione italiana nel continente americano è un tema affascinante, di cui, sembra quasi incredibile, molto resta da scoprire. Aprirà i battenti lunedì 8 ottobre (e resterà aperta fino al 13 dicembre), presso le sale dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, la mostra “Partono i Bastimenti” è promossa dalla Fondazione Roma – Mediterraneo. L’inaugurazione avrà luogo alle 18;00 con uno spettacolo di canzoni degli emigranti e con la proiezione di documenti legati a 100 anni di “storie d’Italia”, colme sia di drammi che di successi, raccontate con dovizia di particolari attraverso ricostruzioni e documenti d’epoca che mettono a fuoco uno dei capitoli più intensi vissuti dagli italiani. Da tutti gli italiani, che da Nord a Sud diedero vita alla Grande Emigrazione al termine del processo di unità nazionale, dal 1861 fino ai primi anni ’60 del secolo successivo. Non solo meridionali, come troppo spesso viene raccontato, ma anche dal Nord furono in molti (soprattutto dal 1860 al 1900) a tentare la fortuna oltreoceano.

Passeggiando all’interno della mostra ci troveremo di fronte ad innumerevoli spaccati a volte tenuti un po’ troppo in secondo piano, come ciò che accadde a New York il 14 maggio 1848: per decisione del comandante Corrao, la “Carolina”, nave proveniente da Palermo (già, proprio dal Regno delle Due Sicilie), issò il tricolore entrando nel porto della Grande Mela suscitando l’entusiasmo degli esuli italiani. E’ invece diversa la storia di una nave ancorata nel porto di Napoli, ricostruita minuziosamente con un modellino, e pronta a salpare una volta terminato l’imbarco: si tratta dei soldati dell’esercito borbonico, sconfitti e deportati su navi piemontesi ed americane fino a New Orleans. Dal dicembre del 1860 ai primi mesi del 1861 migliaia di giovani furono esiliati in terre forse mai sentite neanche nominare e lì costretti a prendere parte alla grande guerra civile americana, arruolati con i secessionisti del Sud. Solo in nove alla fine della guerra decisero di ritornare in patria.

Sono solo due delle innumerevoli storie raccontate dalla mostra “Partono i Bastimenti”, che cerca di fare luce sulle gesta di una serie di eroi senza nome, che si è riversata tanto nel Nord, quanto nel Sud America, dove, come emerge dalle parole del presidente della Fondazione Roma – Mediterraneo Prof. Avv.  Emanuele Francesco Maria Emmanuele,  “le comunità di origine italiana hanno una forte rappresentatività grazie all’impegno da esse profuso nel mondo del lavoro, e ciò nonostante eventi che hanno dato una visione ben diversa da quella proba e laboriosa che nel complesso è stata fornita.”

Grazie alla raccolta di foto, documenti, reperti e suppellettili, viene alla luce una storia italiana ed internazionale, dai “viaggi della speranza” finiti spesso in drammatici naufragi delle carrette fino alla tragedia dell’11 settembre 2001, dove centinaia di italo americani, tra vigili del fuoco e forze dell’ordine, sono morti eroicamente nel tentativo prestare soccorso a chi era rimasto intrappolato in ciò che restava delle Torri Gemelle. Una moltitudine di eroi che pur arrivando in America tra mille difficoltà, e dopo aver subito tremende umiliazioni, è riuscita a trovare un posto per sé e ad inserirsi in contesti nuovi diventandone protagonista: basti pensare alla tipicità delle Little Italy, alla canzone italiana (di cui nella rassegna troveremo numerose “copielle”, spesso connotate dalla disperazione mista alla capacità di sdrammatizzare tutta napoletana), alle radici stesse del tango che affondano nel Bel Paese: non sono in molti a sapere che molte delle musiche del tango sono di autori italiani. “Nelle loro composizioni cantarono la vita di tutti i giorni nel nuovo mondo, passioni, illusioni e delusioni, ma anche la nostalgia per la Patria perduta” – nelle parole di Francesco Nicotra, Direttore dei progetti speciali della NIAF e curatore della mostra.

Quella degli italiani in America è una storia, infatti, che racconta un grandissimo attaccamento alle proprie origini, quando durante la Grande Guerra circa 300.000 giovani italo americani non ci pensarono due volte per venire a difendere la terra dei loro padri o nonni, o quando durante la Seconda guerra Mondiale tantissimi tra il milione e duecentomila dei soldati di origine italiana chiesero espressamente di prestare servizio nel Pacifico pur di non essere costretti ad una guerra fratricida.

Ma quella degli “italiani d’america” è una storia caratterizzata anche da luci e bagliori, da personaggi che hanno saputo fare la storia, come il Sindaco di New York, Fiorello La Guardia, il regista Frank Capra, Joe Di Maggio o Geraldine Ferraro, la prima donna candidata alla carica di vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

“Partono i Bastimenti” racconta tutto questo e molto altro ancora nelle splendide sale dell’Università degli Studi  Suor Orsola Benincasa, attraverso una ricca raccolta di documenti originali, come modelli in scala di navi storiche dell’emigrazione, riproduzioni dei “puzzle” di Ellis Island (che servivano a determinare la sanità mentale degli emigranti), quadri, lettere e perfino i bagagli, spesso completi di corredo, strumenti musicali ed ex voto dei santi patroni di chi disse addio alla propria terra e partì per una nuova speranza.


Fonte: pt agency new



martedì 9 ottobre 2012

Menzogne e misfatti dell’unità d’Italia


                               Criminali risorgimentali

Il professore Fernando Mainenti, attento studioso delle cose di Sicilia, è autore del saggio Menzogne e misfatti dell’unità d’Italia (Editoriale Agorà; 2012; 15,00 euro; 223 pag.).

Il saggio ripercorre gli antefatti reali, gli avvenimenti e gli esiti immediati di quella che con storica ragione è possibile definire la più grande impresa criminale d’Italia e cioè l’avventura del Risorgimento che, sospinta dai pennivendoli attraverso la retorica da libro cuore, ha non solo fatto strame di migliaia di meridionali, ma ha compiuto quello che nemmeno ai regimi totalitari è riuscito e cioè cancellare del tutto l’identità e la memoria di un popolo. La favola bella del Risorgimento italiano che s’apprese, s’apprende (ahimè!) e  certamente s’apprenderà ancora nelle scuole, è per l’appunto, una favola nella quale, a discapito della verità dei fatti, gli assassini sono stati chiamati eroi e gli eroi, malgrado loro, si sono ritrovati sulla pelle, stampato, il marchio infame di briganti.
La scrupolosa ricerca del professore Ferdinando Mainenti dà conto, coi documenti alla mano, del numero impressionante dei massacri (e facendo anche molti  dei nomi di questi innocenti, restituisce alla memoria, almeno la dignità cristiana della loro esistenza) e del numero tragico di città rase al suolo o bruciate (tutte nella zona geografica che oggi chiamiamo Sud Italia ed un tempo chiamavamo Regno delle Due Sicilie) e così la Storia vera di quello che viene celebrato come periodo felice della Patria è ricondotta a ciò che realmente fu, olocausto premeditato. Nella copertina del libro, campeggia un bel ritratto di un eroe dimenticato, è la figura fiera del Generale Ferdinando Beneventano del Bosco, che incarna lo spirito di indipendenza e lealtà che animò il popolo meridionale nella resistenza all’invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie.
Colla sua ricerca storica delle fonti, oltre a ristabilire verità storiche colpevolmente coperte dai sanguinari piemontesi, il saggio del professore Mainenti, restituisce al lettore, anche le cause di quel divario  economico e sociale tra il Nord ed il Sud d’Italia che sembra essere preesistente al Risorgimento ed all’unità, anche se d’unificazione (e coatta) si dovrebbe dire, quando invece da quell’impresa criminale e sanguinaria  fu creato e alimentato quel divario che nel corso dei primi anni del regno dei Savoia si definirà coll’espressione di “questione meridionale”.
Sfogliando il libro, i più si sorprenderanno nel leggere che la “questione meridionale” che da qualche secolo arrovella i cervelli degli economisti e si cicatrizza sulla pelle dei poveracci (quelli di ieri, di oggi ed anche quelli di domani) non esisteva prima del Risorgimento e che il Regno delle Due Sicilie del vituperato casato dei Borbone era premiato appena pochi anni prima dello sbarco a Marsala di Garibaldi, nel 1856 per l’esattezza, a Parigi, nell’Esposizione Internazionale (oggi lo chiameremmo Expo!), il barbaro regno venne premiato come terza economia del mondo nello sviluppo industriale e prima d’Italia.
Chi può credere che nell’arco di quattro-cinque anni quella che era la terza potenza industriale, dotata di costituzioni e leggi all’avanguardia per l’epoca, potesse tramutarsi in quel postaccio primitivo descritto da prezzolati del calibro di Dumas e Nievo? Fu una guerra d’invasione (guerra non dichiarata, in spregio al diritto internazionale) ed è pertinente il professore Mainenti a paragonare quel che avvenne col Regno delle Due Sicilie con quanto avvenne in Polonia nel 1939, solo che allora nessuno prese a cuore la vicenda del popolo meridionale anche perché l’Inghilterra, dominus della politica internazionale, ebbe a fare una campagna stampa diffamatoria nei confronti dei Borbone.
Ho lasciato per ultima, la cosa che a tutti i meridionali dotati di spirito critico, sicuramente, farà più montare la rabbia, e cioè scoprire che a vendere il Sud ed a farne macello sono stati altri meridionali, traditori e corrotti, al soldo svalutato dei piemontesi, che per un vantaggio individuale hanno avuto il coraggio di distruggere i loro fratelli e di farne carne da macello; il professore Mainenti, ad onore della verità, scheda tutti personaggi ch’ebbero a cuore la loro sorte più di quella del loro popolo.
A questi truffatori ed assassini, a questi criminali risorgimentali sono state immediatamente dedicate le vie più importanti delle città ed erette statue al centro delle piazze, per cancellare con gli allori della mitologia e della retorica piemontese la verità sostanziale dei fatti; ma ad un uomo meridionale che fosse a conoscenza di tutto quello che è stato davvero il Risorgimento, come minimo, quando trovasi a passare di fianco ad una delle mille e più statue dedicate a Garibaldi dovrebbe quantomeno scappare un pernacchio, di quelli come li faceva il grande Totò. Quindi, per fare un pernacchio consapevole, consigliamo a tutti, di leggere il libro del professore Mainenti, uno che le cose di Sicilia, le conosce per davvero.





lunedì 8 ottobre 2012

Il Brigante Villella torna a casa



IL TRIBUNALE DISPONE LA RESTITUZIONE DEL CRANIO DI    GIUSEPPE VILLELLA
Cronaca 
di una prima battaglia vinta




Con una sentenza unica e, oseremo dire, storica, il Tribunale di Lamezia Terme il 5 ottobre 2012 ha intimato al Museo del Lombroso di Torino di restituire al Comune di Motta Santa Lucia il cranio del Brigante Giuseppe Villella, condannando i resistenti al pagamento delle spese processuali, per il trasferimento e per la tumulazione del resto umano.
Un precedente importante che, oltre a confermare la mostruosità di una vicenda dolorosa e raccapricciante che a partire dal 1861 e per ben 12 anni ha visto vittima la popolazione dell’ex Regno delle Due Sicilie, mette una seria ipoteca sulle altre migliaia di resti umani ancora in “bella” mostra a Torino.
Tutto ha inizio nel 2009, quando avvertiti dai nostri attivisti torinesi dell’imminente riapertura del Museo del Lombroso grazie ai fondi del 150esimo, la Presidenza del Movimento decise di iniziare una battaglia affinché quella mostruosità fosse in qualche modo delegittimata dal titolo di museo.
Innanzitutto occorreva puntare su un dato certo sul quale, poi, costruire un “fumus giuridico” indispensabile per una eventuale battaglia legale.
Di quella enormità di resti umani messi in mostra in quell’incredibile museo degli orrori, riuscimmo ad individuare un dato certo: il cranio del Brigante Giuseppe Villella.
Fu allora che il Presidente del Movimento Neoborbonico contattò telefonicamente il sindaco del piccolo comune calabrese al quale, quindi, inviò la seguente lettera:

Gentilissimo Sindaco,
come concordato telefonicamente, Le invio richiesta-sintesi della questione-Lombroso. L’eventuale atto dovrebbe essere inviato al Ministro della Giustizia (competente per i musei criminologici), al Direttore del Museo Criminologico di Torino “Cesare Lombroso” e,  per conoscenza, magari al Ministro dei Beni Culturali.
Mi ritenga a Sua disposizione per qualsiasi altra informazione.
Cordialissimi saluti.
Napoli, 27 ottobre 2009

Prof. Gennaro De Crescenzo


Il sindaco di Motta Santa Lucia che non conosceva Lombroso ed ignorava totalmente quella storia e quanto accadde in quei tremendi anni nel meridione d’Italia, chiese al nostro Movimento un supporto documentale-tecnico ed una dettagliata relazione per procedere, con una delibera di giunta e con una eventuale rivendicazione giudiziaria, nei confronti di chi deteneva illegittimamente i resti umani di un cittadino mottese.
Immediatamente da Napoli vennero inoltrate copie dei documenti fondanti quella atrocità e la seguente relazione che, subito dopo, diventò il corpo di una delibera e di un successivo ricorso all’ autorità giudiziaria.

Il 27 novembre riaprirà (dopo un costosissimo restauro) il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino.
Presso lo stesso museo crani e altre sezioni del corpo di centinaia di “briganti” meridionali (mescolati con quelli di criminali e malati di mente), giacciono in una sorta di “fossa comune” e saranno esposti in quell’occasione in grande evidenza.
Tra i pochissimi resti identificabili quelli di Giuseppe Villella, presunto “brigante” nato a Motta Santa Lucia nel 1803 e morto in carcere a Pavia nel 1872.

PREMESSA
- Le più recenti e aggiornate ricerche storiografiche testimoniano ormai definitivamente la natura politica del cosiddetto “brigantaggio” post-unitario, fenomeno vasto, articolato e tutt’altro che inquadrabile in un contesto di ordinaria delinquenza o di follia criminale (v. la Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, a cura del Ministero per i Beni Culturali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici).
- Il “brigantaggio” fu un fenomeno drammatico con conseguenze pesantissime ai danni delle popolazioni meridionali ed in particolare calabresi e lucane con episodi intollerabili di violenza che arrivarono fino alla decapitazione sistematica della nostra gente da parte delle truppe piemontesi (Fondo Brigantaggio, Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Busta 60);
- Le teorie di Cesare Lombroso, molto spesso legate alle origini dello stesso razzismo nazista, hanno rivelato tutta la loro inattendibilità scientifica.
-  Lo stesso Lombroso fu per diversi anni medico al seguito delle truppe piemontesi (circa 120.000 unità) impegnate nella sanguinosa repressione del “brigantaggio” nelle Calabrie e nel resto dell’ex Regno delle Due Sicilie.
- In maniera del tutto immotivata dal punto di vista scientifico, Cesare Lombroso fece di Giuseppe Villella  il simbolo della sua folle teoria sulle “fossette occipitali” e, quindi, il simbolo di tutta la delinquenza calabrese e meridionale contribuendo in maniera nefasta alla creazione di preconcetti razzisti (e mai del tutto cancellati) nei confronti della nostra gente giudicata “geneticamente inferiore” o “pericolosa”.  
- A 150 anni dall’unificazione italiana ed in vista di celebrazioni che, secondo i pareri più diffusi, ormai, dovrebbero essere finalizzate alla ricostruzione di una memoria
storica nazionale finalmente condivisa,

SI RICHIEDE
la restituzione dei resti di Giuseppe Villella. 
In seguito alla restituzione si provvederà finalmente ad una dignitosa sepoltura presso il cimitero comunale, con la celebrazione di una Messa in Suffragio e l’organizzazione di unconvegno di studi aperto alla partecipazione di studiosi locali, nazionali e internazionali.

La restituzione dei resti di Giuseppe Villella avrebbe un profondo valore simbolico come gesto di vera riconciliazione nazionale, segno della sempre più necessaria ricostruzione della verità storica e dell’attesa restituzione di giustizia e dignità nei confronti di Giuseppe Millella, dei suoi eredi, dell’intera cittadinanza di Motta Santa Lucia, simbolo, infine, del riscatto di tutte le popolazioni calabresi e meridionali.  


Immediatamente iniziò una battaglia mediaticapromossa dal Movimento sia a livello locale che nazionale, mentre i nostri attivisti di Torino raccoglievano dati e notizie sulle iniziative e contromosse delle autorità locali. La Rete, dal canto suo, “martellava” sulla storia del Lombroso, sulle atrocità e gli esperimenti” commessi dai medici militari piemontesi sulle inermi popolazioni meridionali.










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MOVIMENTO NEOBORBONICO
Napoli, via Cervantes 55/5, 80133, neoborbonici.it

COMUNICATO STAMPA

Riaperto il “museo degli orrori” di Lombroso:

dopo 150 anni il Comune di Motta Santa Lucia chiede al Ministro Alfano la restituzione dei resti dei “briganti” meridionali.
Su proposta del Movimento Neoborbonico, il sindaco di Motta Santa Lucia (Catanzaro), avv. Amedeo Colacino, ha fatto approvare, all'unanimità, un’apposita delibera (allegata al comunicato) già inviata al Museo torinese di Lombroso e ai Ministri competenti (per la Giustizia e per i Beni Culturali)...
A pochi giorni dalla riapertura del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino, è stata richiesta al Ministro della Giustizia Alfano e al Direttore del Museo torinese la restituzione dei resti dei cosiddetti “briganti” ancora esposti nelle vetrine del museo dedicato al famoso “scienziato” veneto-piemontese le cui teorie sono state utilizzate anche dallo stesso nazismo e sono state nettamente smentite dalla scienza ufficiale.
Cesare Lombroso, infatti, teorizzò l’inferiorità della “razza meridionale” che sarebbe stata geneticamente portata alla delinquenza, sulla base di studi legati alla misurazione centinaia di resti e di crani prelevati al seguito delle truppe piemontesi che invasero il Regno delle Due Sicilie e massacrarono migliaia di meridionali che si erano ribellati a quell’invasione cancellandoli dalla storia come “briganti”.    
I danni procurati da quelle teorie, del resto, sono ancora enormi solo se si pensa alla quantità di luoghi comuni e di episodi di razzismo che i meridionali subiscono sistematicamente.
Molti di quei resti ed in particolare quelli del calabrese Giuseppe Villella, originario di Motta Santa Lucia (Catanzaro) sono ancora al centro di quel museo e non hanno mai avuto un’adeguata e cristiana sepoltura e quel rispetto che dopo tanto tempo meriterebbero.  
Anche in vista delle celebrazioni dei 150 anni dell’Italia unita, la restituzione dei resti potrebbe essere un gesto di vera riconciliazione nazionale nell’ottica dell’attesa e necessaria ricostruzione della verità storica. 
Ufficio stampa
347 8492762; 392 2160964  















Sulla base del tracciato storico-documentale fornito dal Movimento Neoborbonico, il sindaco procedette sia nella Giunta che nel Consiglio Comunale secondo quanto concordato.




 Proposta di Deliberazione:
“Determinazioni per la restituzione dei resti del  concittadino Giuseppe Villella.”

Il Sindaco relaziona sull’oggetto della Deliberazione:

Il 27 novembre riaprirà (dopo un costosissimo restauro) il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino.
Presso lo stesso museo crani e altre sezioni del corpo di centinaia di “briganti” meridionali (mescolati con quelli di criminali e malati di mente), giacciono in una sorta di “fossa comune” e saranno esposti in quell’occasione in grande evidenza.
Tra i pochissimi resti identificabili quelli di Giuseppe Villella, presunto “brigante” nato a Motta Santa Lucia nel 1803 e morto in carcere a Pavia nel 1872.

SI PREMETTE CHE:
- Le più recenti e aggiornate ricerche storiografiche testimoniano ormai definitivamente la natura politica del cosiddetto “brigantaggio” post-unitario, fenomeno vasto, articolato e tutt’altro che inquadrabile in un contesto di ordinaria delinquenza o di follia criminale (v. la Guida alle fonti per la storia del brigantaggio postunitario conservate negli Archivi di Stato, a cura del Ministero per i Beni Culturali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici).
- Il “brigantaggio” fu un fenomeno drammatico con conseguenze pesantissime ai danni delle popolazioni meridionali ed in particolare calabresi e lucane con episodi intollerabili di violenza che arrivarono fino alla decapitazione sistematica della nostra gente da parte delle truppe piemontesi (Fondo Brigantaggio, Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Busta 60);
- Le teorie di Cesare Lombroso, molto spesso legate alle origini dello stesso razzismo nazista, hanno rivelato tutta la loro inattendibilità scientifica.
-  Lo stesso Lombroso fu per diversi anni medico al seguito delle truppe piemontesi (circa 120.000 unità) impegnate nella sanguinosa repressione del “brigantaggio” nelle Calabrie e nel resto dell’ex Regno delle Due Sicilie.
- In maniera del tutto immotivata dal punto di vista scientifico, Cesare Lombroso fece di Giuseppe Villella  il simbolo della sua folle teoria sulle “fossette occipitali” e, quindi, il simbolo di tutta la delinquenza calabrese e meridionale contribuendo in maniera nefasta alla creazione di preconcetti razzisti (e mai del tutto cancellati) nei confronti della nostra gente giudicata “geneticamente inferiore” o “pericolosa”.  
- A 150 anni dall’unificazione italiana ed in vista di celebrazioni che, secondo i pareri più diffusi, ormai, dovrebbero essere finalizzate alla ricostruzione di una memoria  storica nazionale finalmente condivisa, si ritiene doveroso richiedere la restituzione dei resti di Giuseppe Villella. 


La restituzione dei resti di Giuseppe Villella avrebbe un profondo valore simbolico come gesto di vera riconciliazione nazionale, segno della sempre più necessaria ricostruzione della verità storica e dell’attesa restituzione di giustizia e dignità nei confronti di Giuseppe Villella, dei suoi eredi, dell’intera cittadinanza di Motta Santa Lucia, simbolo, infine, del riscatto di tutte le popolazioni calabresi e meridionali. 

LA GIUNTA COMUNALE

Udita la relazione del Sindaco e fattala propria;
Ritenuto opportuno aderire alla richiesta di restituzione dei resti del concittadino Giuseppe Villella, ponendo in essere tutte le iniziative all’uopo necessarie;

D E L I B E R A 
·         La premessa fa parte integrante e sostanziale del presente deliberato;
·         Di aderire alla richiesta del Sindaco di proporre alle istituzioni interessate la restituzione dei resti del concittadino Giuseppe Villella, conservati presso il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” dell’Università di Torino;
·         Di dare mandato al Sindaco  di porre in essere tutti gli atti necessari e conseguenziali alla realizzazione  di quanto in premessa;
·         Di stabilire che, in seguito alla restituzione si provvederà finalmente ad una dignitosa sepoltura presso il cimitero comunale, con la celebrazione di una Messa in Suffragio e l’organizzazione di un convegno di studi aperto alla partecipazione di studiosi locali, nazionali e internazionali.
·         Che, copia del presente atto deliberativo sia trasmesso, per quanto di competenza, al  Ministro della Giustizia (competente per i musei criminologici), al Direttore del Museo Criminologico di Torino “Cesare Lombroso” e,  per conoscenza, al Ministro dei Beni Culturali, al Presidente della Regione Calabria, al Presidente della Provincia di Catanzaro.
·         Di dichiarare il presente atto, con separata, unanime votazione,  immediatamente esecutivo a mente  dell’art. 134, c.4 D.Lgs. 267/2000.











Per effetto del battage mediatico innescato dal Movimento, sorsero varie iniziative e comitati locali e nazionali che, forti della documentazione puntualmente diffusa, cominciarono la loro opera di sensibilizzazione.

Mentre il comune di Motta Santa Lucia, dopo aver deliberato di procedere e non ricevendo esito positivo dalla richiesta di restituzione dei resti del Villella intraprendeva un giudizio presso il Tribunale di Lamezia Terme incaricando l’avvocato Giovanna Gaetano, il Movimento di Insorgenza Civile organizzava una manifestazione di denuncia e protesta proprio fuori il Museo di Torino, facendo giungere amici e compatrioti sia dalla Campania che dal Nord.





Certo era che, al di là degli esiti di una controversa oramai affidata alla giustizia ordinaria, un primo fondamentale obiettivo si era raggiunto: portare all’attenzione del pubblico il problema della storia negata e delle atrocità risorgimentali ancora nascoste, proprio alla vigilia delle celebrazioni del 150esimo.
Una vicenda che, come abbiamo visto, interessò giornali, TV, radio, convegni, scuole, libri e dibattiti.

Ora arriva la sentenza del giudice di Lamezia, dott. Gustavo Danise quale giusto coronamento di una battaglia lunga e complessa che, come accennato, ha comunque già riscosso lungo il suo cammino notevoli frutti positivi.


Sintesi del dispositivo di sentenza del Tribunale di Lamezia Terme (pagg. 9)

La causa mossa dal Comune di Motta S. Lucia – con l’intervento del Comitato scientifico “No Lombroso” – contro il Comune di Torino, nonché il Miur e l’Università  degli Studi di Torino è stata impugnata per:
-    accertare e dichiarare che i resti mortali trattenuti presso il Museo Lombroso di Torino sono detenuti illegalmente e quindi per l’effetto, condannare i convenuti alla restituzione del teschio di Giuseppe Villella al Comune di Motta S. Lucia,
-    condannare i convenuti al pagamento delle spese di trasporto e tumulazione.

Di contro il Comune di Torino dichiarava la propria carenza di legittimazione passiva;

- Il Miur, a sua volta, chiedeva l’incompetenza territoriale a favore del Tribunale di Torino   e la carenza di legittimazione del Comune di Motta S. Lucia…;.
Rigettata la richiesta di incompatibilità territoriale, giacché “il Comune di Motta S. Lucia rientra nella Circoscrizione giudiziaria di Lamezia Terme”, nella sentenza si evidenzia inoltre come “il Comune di Motta S. Lucia non ha agito quale sostituto processuale di terzi, ma ha agito per far valere un proprio diritto e un proprio interesse” (…) e ancora, “Il Comune di Motta S, Lucia si batte da anni per un riscatto morale della città di Motta S. Lucia, poiché il teschio di Villella non è il simbolo di un’inferiorità meridionale, ma rappresenta il ricordo storico di un uomo che nell’Italia pre-unitaria ha lottato per far trionfare la giustizia…(…); “il Comune ricorrente potrebbe divenire metà di turisti e curiosi che vogliono vedere i resti ossei e/o la tomba di colui che possedeva la forma delle fossetta occipitale mediana tipica dei criminali meridionali, secondo la teoria del Lombroso, definita da più voci a sfondo razzista..(…); “L’Università degli Studi di Torino è rimasta inadempiente nonostante il reperto in questione non costituisca più fonti di studio o interesse didattico, a seguito dell’apostasia delle teoria del Lombroso da parte della Comunità scientifica”…(…) e inoltre, l’Università degli Studi di Torino è rimasta inadempiente poiché, dopo le indagini eseguite sul cadavere, non ha provveduto a consegnare lo stesso al trasporto cimiteriale per essere sepolto…(…)…

Il Tribunale di Lamezia così dispone: “di accogliere l’eccezione di difetto di legittimazione passiva del Comune di Torino e del Miur;

Il cranio di Giuseppe Villella
- nel merito accoglie la domanda e, per l’effetto, condanna l’Università degli Studi di Torino alla restituzione al Comune di Motta S. Lucia del cranio di Giuseppe Villella detenuto nel Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”, sito in Torino, presso il Palazzo degli Istituti Anatomici, nonché al pagamento delle spese di trasporto e tumulazione;
- condanna, altresì, l’Università  degli Studi di Torino al pagamento in favore del Comune di Motta S. Lucia ricorrente, e del Comitato scientifico “No Lombroso” interveniente, delle spese e competenze del presente giudizio, con distrazione ex art 93 c.p.c. per il primo, che si liquidano in 2.500,00 euro, cadauno di cui 1.000,00 euro per diritti e 1.500,00 per oneri di causa, oltre al contributo unificato Iva, Cpa e rimborso forfettario spese come per legge…”.





Torino alla riscossa






Resta, tuttavia, da fare ancora molto e, ora più che mai, bisogna prestare molta attenzione se non si vuole che da un eccesso si finisca in un altro sicuramente più tragico. E cioè che da un museo del macabro, si finisca in una distruzione generalizzata delle prove di un genocidio finora sottratto alla storia ed alla giustizia degli uomini.

Concludo questa lunga cronaca, salutando ed abbracciando i compatrioti del Piemonte che tanto hanno fatto e tanto ancora stanno facendo per la verità storica; gli amici ed i simpatizzanti della Calabria ed in special modo i colleghi di Lamezia Terme, senza dimenticare il Prefetto di Cosenza Dott. Antonio Reppucci che, facendo sua una questione di dignità, è intervenuto autorevolmente sull’intera vicenda; ed infine tutti voi che ci sostenete con la vostra preziosa collaborazione.






Riportiamo un messaggio della Rete che nel 2004 informava della questione Museo Lombroso quando, nei nostri ambienti, ancora se ne ignorava l’esistenza.




Messaggio del 7 giugno 2004 n. 04 - 141

Cesare Lombroso

Un criminale medico al servizio

 dell'esercito piemontese

Primi elementi di una raccapricciante vicenda risorgimentale


Oggi la storiografia ufficiale, tenendo tuttora chiuso il  Museo Psichiatrico e Criminologico di Torino, ha steso un velo pietoso sulle mostruosità commesse da un medico militare piemontese che tra il 1859 ed il 1909 raccolse centinaia di cimeli umani in un raccapricciante museo degli orrori.
Alla ricerca di una notorietà che, comunque poi arrivò per le sue tesi bislacche, Cesare Lombroso non esitò a scorticare cadaveri, mozzare e sezionare teste, effettuare i più incredibili e crudeli interventi su uomini ritenuti, per le misure di parti del cranio e del corpo, dei criminali, imbastendo incredibili teorie sulle caratteristiche somatiche dei Briganti Meridionali.
Le convinzioni del medico si basavano sulla tesi "dell’uomo delinquente nato o atavico", individuo che, secondo Lombroso,  "reca nella struttura fisica i caratteri degenerativi che lo differenziano dall’uomo normale e socialmente inserito".
Chiaramente in contrasto con i più concreti e scientificamente fondati principi russoiani della ingerenza sociale nella deviazione al male dell'uomo e non nella criminalità ereditaria (l'uomo è cattivo non perché nasce tale ma per colpa della società che lo circonda), il Lombroso cominciò i suoi "esperimenti" sui i poveri, gli emarginati ed i folli delle campagne lombarde con il pretesto di visitarli quali vittime della pellagra.  
E' in  questo periodo che sviluppa i suoi convincimenti che ben presto lo porteranno a definire principi e teorie necessari atracciare i segni fisici geometrici della (SUA) pazzia criminale.  
Nel 1852 si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Pavia dove, nel 1858, si laurea. Nel 1859 si arruola nel Corpo Sanitario Militare piemontese per essere inviato, nel 1861, in Calabria quale "consulente" medico nella campagna di repressione del brigantaggio.
Qui il Lombroso, grazie all'abbondante "parco umano" a disposizione, comincia un approfondito ed incontrollato"studio" criminologico sulle popolazioni calabresi ostili all'invasione piemontese, arrivando addirittura a ricercare un improbabile rapporto delinquenziale tra linguaggio, folklore, indumenti e caratteristiche fisiche.
Le sue teorie, scientificamente infondate, prendono forma e vengono applicate con disinvoltura su poveri contadini la cui unica colpa è quella di avere le misure del cranio simili a quelle di qualche noto delinquente del tempo.  Delle congetture più da allievo stregone che da scienziato che, purtroppo, trovarono terreno fertile in un contesto storico-militare particolare, dove apparve provvidenziale l'aver trovato dei pretesti pseudo scientifici per giustificare quella sanguinosa repressione armata su popolazioni inermi, costrette a difendersi da un'invasione crudele e devastante.
In questo periodo il medico piemontese individua, cataloga e seziona parecchie membra umane, sottoponendo centinaia di individui ad assurde e mortificanti misurazioni e ad incredibili sezionamenti. 
Per il momento non si hanno prove di vere e proprie torture con strumenti dedicati sulle popolazioni Meridionali sotto la sua "direzione medica" ma i suoi studi, le sue tesi e le sue giustificazioni sulle esigenze della scienza in merito agli interventi medico-scientifici, lasciano parecchi dubbi.
E' da notare che la "passione" del Lombroso per le esposizioni di strumenti attinenti i sistemi punitivi fu precedente all’interesse scientifico per l’uomo delinquente. Ne è prova il successo ottenuto da una sua raccolta di antichi strumenti di tortura, illustrata in un catalogo edito nel 1874, a cura di G.B. Piani. La breve ma "originale" pubblicazione illustra il contenuto del “Museo storico- universale e l'esposizione degli strumenti di tortura che furono usati dal 1481 al 1838 dai tribunali dell’inquisizione, approvati scientificamente ed ufficialmente, di G.B. Gassner.”
Gli strumenti di tortura presenti nella sua raccolta erano suddivisi in “oggetti artistico-plastici, rappresentanti"tradizioni mediche sulla tortura" e le sue conseguenze sul corpo umano”, “instrumenti originali di tortura” e “strumenti di morte”. Tra gli studi accademici erano presenti, in adesione allo spirito positivista, gli studi di frenologia di Gall, mappe cerebrali e del cranio, suddivise in zone, a ognuna delle quali si faceva corrispondere una facoltà dell’anima (vedi Antonini: “I precursori di Lombroso”, Fratelli Bocca editore, 1900).
Un’infinita varietà di strumenti di morte viene descritta dal Lombroso con precisione geometrica e maniacale in un lungo elenco con relativa sintetica scheda. Ecco alcuni esempi: “macchina da squarciare le dita, macchina per aprire la bocca onde strappare la lingua, ferro di caprone, stivale per i polpacci, anello per la testa, pera per la bocca, cappuccino, culla della tortura e così di seguito”. Elencazione di strumenti usati fino ai primi anni del XIX secolo, i cui nomi fantasiosi nascondevano in realtà macabre rappresentazioni di atroci supplizi rispetto ai quali il momento finale della morte poteva ben dirsi liberatorio.
Secondo il Lombroso lo scopo di questa raccolta è quello di porre da una parte l’inciviltà, l’uso efferato della tortura ad uso esclusivamente inquisitorio, dall’altro "la luce irradiata dalla scienza che legge il corpo dell’uomo (sezionandolo e squartandolo vivo?come se fosse un libro", "individua le funzioni, le facoltà dell’anima, intuisce le sue attitudini buone e cattive, la spinta verso il bene e l’istinto alla degenerazione, morale e criminale".
Nel 1864, modellando alle sue tesi il metodo sperimentale della scienza positivista, comincia l'osservazione dei tatuaggi e delle frasi tatuate che distinguono, secondo il suo punto di vista, gli individui disonesti da quelli onesti, che consentirebbero, unitamente ad altri elementi fisici identificati sui soggetti, di definire i caratteri dell’anormale, del delinquente e del pazzo criminale. 
Nel 1866 è nominato professore straordinario dell’Università di Pavia e qua, finalmente, distoglie la sua attenzione dalle popolazioni Meridionali.
Il 10 aprile 1870 sposa Nina De Benedetti. Dal matrimonio nasceranno cinque figli, tra cui Gina, secondogenita e biografa del padre.
Nel 1871 al Lombroso gli viene assegnata la direzione del manicomio di Pesaro dove matura l'idea della creazione di manicomi criminali destinati agli alienati pericolosi. L’anno dopo rientra a Pavia ed inizia gli studi che lo porteranno alla elaborazione della "teoria dell’uomo delinquente".
Nel frattempo la sua raccolta di crani, scheletri, cervelli e oggetti di vario tipo, cresce sempre più dando vita al primo nucleo del museo privato, inizialmente conservato nella sua abitazione torinese.
Gina Lombroso, figlia e biografa di Cesare, così descrive l’interesse del padre intento a collezionare oggetti (membra umane) per il proprio museo: "Per quanto disordinato, e noncurante di quello che possedeva, il Lombroso era un raccoglitore nato - mentre camminava, mentre parlava, mentre discorreva; in città, in campagna, nei tribunali, in carcere, in viaggio, stava sempre osservando qualcosa che nessuno vedeva, raccogliendo così o comperando un cumulo di curiosità, di cui lì per lì nessuno, e neanche egli stesso qualche volta avrebbe saputo dire il valore, ma che si riannodavano nel suo incosciente a qualche studio passato o presente." (Lombroso Ferrero G., 1921: 355).
Nel 1878, nominato professore di medicina legale all’università di Torino, Lombroso riesce a ottenere due locali nel convento di San Francesco di Paola, edificio che, riadattato, diviene sede del laboratorio di medicina legale e di psichiatria sperimentale e sede della raccolta. 
La prima esposizione pubblica dei reperti raccolti nel corso della sua attività il Lombroso la realizza nel 1884, nell’ambito dell’Esposizione Nazionale di Torino, attirando un vasto pubblico più interessato all'aspetto macabro di quelle crudeltà che al discutibile riscontro scientifico.
Tuttavia il successo della raccolta privata lombrosiana fu di incoraggiamento sia per l’allestimento di mostre successive sia per realizzare il progetto del Museo Psichiatrico e Criminologico poi ufficialmente istituito (ma non ancora concretamente realizzato) nel 1892.
La notizia sull'istituzione del Museo Criminale del "criminale" fu data sulla Rivista di discipline carcerarie nel 1897, nella sezione Varietà, p. 559: «Nel fabbricato delle antiche Carceri Nuove, oltre al deposito centrale dei detenuti e all’ufficio di identificazione, verrà istituito il Museo criminale e la Scuola di discipline carcerarie, essendo intenzione della Direzione generale delle carceri di far precedere un corso di letture agli esami che saranno indetti per la prima e la seconda categoria».
Nel 1904, il direttore del museo, Mario Carrara, curò il trasferimento e l’allestimento della raccolta nei nuovi locali dell’Istituto di Medicina Legale, in via Michelangelo, al Valentino.
Nel 1909 Cesare Lombroso morì e con lui, fortunatamente, morirono anche le sue infondate e criminali teorie.
Egli era nato a Verona il 6 novembre 1835 da un’agiata famiglia ebraica. .
Il Museo Criminale accolse i suoi resti. Lo scheletro, il volto, il cervello e le visceri furono messi in mostra insieme agli altri "criminali".
 La famiglia donò l’intero studio di Lombroso, completo di scrivania, biblioteca, appunti autografi, ricordi personali.
Con la sua morte la fisionomia del Museo degli orrori cambia, assumendo sempre più quella di un museo di medicina legale, anche perché ormai le teorie positiviste avevano perso definitivamente quel poco di credibilità scientifica che avevano ottenuto più per un condizionamento politico che per un reale fondamento scientifico.
Ed è per questo che nel 1948 il museo subisce un nuovo trasferimento negli attuali locali appositamente costruiti per l’Istituto di Medicina Legale in Corso Galileo Galilei n. 22 - 10126 Torino  (tel. 011 6634728). 
Oggi il Museo è ancora chiuso nonostante varie interpellanze ed interrogazioni. Forse vi è il timore che qualcuno possa riconoscere tra le decina di teste mozze qualche parente scomparso?

A noi Meridionali, vittime di questo criminale precursore dei peggiori carnefici nazisti, adesso il compito di andare oltre le notizie attualmente messe a disposizione dalla storiografia ufficiale, per fare finalmente chiarezza su un aspetto veramente raccapricciante di una delle più efferate violenze messe in atto deliberatamente contro la nostra Gente dai peggiori artefici del risorgimento italiano. 

Cap. Alessandro Romano




Bibliografia

Gina Lombroso Ferrero, 1921

Pierluigi Baima Bollone, 1992, Cesare Lombroso, ovvero il principio dell’irresponsabilità, S.E.I., Torino

Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885

Congresso ed esposizione d’Antropologia criminale, dalla Rivista di discipline carcerarie, anno XV, 1885

Catalogo Lombroso strumenti di tortura, 1874, a cura di G.B. Piani

Rivista di discipline carcerarie del 1897, sezione Varietà, p. 559

Circolare n. 272 del 25 gennaio 1932, diretta ai Direttori degli Stabilimenti di Prevenzione e di Pena del Regno

Roberto Vozzi, Tipografia delle Mantellate, 1943

Roberto Vozzi, Autorità di polizia, autorità giudiziarie, militari, coloniali, musei storici nazionali o regionali, archivi d Stato, 1943

Catalogo di G. Colombo (2000), La scienza infelice, con prefazione di Ferruccio Giacanelli, Bollati Boringhieri

Lombroso, 1894, Bulferetti, 1975

Bulferetti L. 1975. Cesare Lombroso. Unione Tipografico-Editrice Torinese. UTET, Torino.

Ciani I., Campioni G. (1986) La scienza infelice di Cesare Lombroso. In: I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria (Giorgio Antonucci Ed.) Coordinamento Editoriale di Alessio Coppola Cooperativa Apache srl - Roma  

Colombo, Giorgio - La scienza infelice : il Museo di antropologia criminale di Cesare Lombroso / Giorgio Colombo ; introduzione di Ferruccio Giacanelli - Torino - 2000

Lombroso C. L'uomo delinquente. Torino: Bocca; 1878.

Lombroso C. L'uomo di genio. Torino: Bocca; 1894.

Lombroso C. 1873. Studi clinici ed antropometrici sulla microcefalia ed il cretinismo con applicazione alla medicina legale e all'antropologia. Tipi Fava e Gragnani. Bologna.

Lombroso C. 1872. Sulla statura degli italiani in rapporto all'antropologia ed all'igiene.

Lombroso C. 1880. La pellagra in Italia in rapporto alla pretesa insufficienza alimentare. Torino.

Lombroso C., Ferrero G. 1893. La donna delinquente. La prostituta e la donna normale. Torino. L. Roux.

Mazzarello P. 1998. Il genio e l'alienista: la visita di Lombroso a Tolstoj. Ed. Bibliopolis. Napoli.

Miraglia B.G., 1847, Cenno di una nuova classificazione e di una nuova statistica delle alienazioni mentali, Aversa.

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