venerdì 30 marzo 2012

Carditello, la nuova asta va deserta, il prezzo scende: salvataggio più vicino



di
Nadia Verdile


CASERTA - Carditello, la nuova asta va deserta. Si ricomincia, prossime tappe giudiziarie in estate, nella speranza che nel frattempo vada in porto il percorso delineato dal ministro Lorenzo Ornaghi per il salvataggio del Real Sito Borbonico, oggi in stato di abbandono, in terra casertana.

Dell’oblìo della piccola, splendida reggia è stato informato, l’altro ieri, anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita a Caserta e Capua. Certo, era fondamentale il passaggio di ieri perché possa avanzare la proposta ministeriale (esercizio del diritto di prelazione o eventuale esproprio dopo una stima da parte dell’Agenzia del Territorio). Il giudice dell’esecuzione del tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere, Valerio Colandrea, a conclusione dell’udienza dove nessuno ha presentato offerte d’acquisto, ha allora stabilito che i prossimi incanti ci saranno il 12 e il 19 luglio.
Il prezzo per l’acquisto della Reggia di Carditello, decurtato del 25%, la prossima volta, sarà di 11 milioni e 250 mila euro. Grande soddisfazione è stata espressa non solo dai vertici del Consorzio, ma anche dal primo cittadino santammarese, Emiddio Cimmino e dai coordinatori di Agenda 21 Eugenio Frollo, Francesco Ciarmiello, Alessandro Manna, Paolo Mandato e Raffaele Zito, l’associazione che è parte integrante del presidio istituzionale di Carditello insieme ai volontari della locale protezione civile; tutti insieme, con un comunicato stampa congiunto, hanno sottolineato come «dopo anni di immobilismo, furti e atti vandalici, sembra veramente scongiurata una possibile vendita a privati, anche poco raccomandabili.
La rabbia e lo sdegno di tanti cittadini, associazioni ed enti, che in questi anni si sono battuti per la salvezza del monumento borbonico, potrà da oggi trasformarsi in un cauto ottimismo per il rilancio di Carditello e il futuro del territorio di Terra di Lavoro, così come auspicato anche dal presidente Napolitano».
Intanto, la rinascita di Carditello ricomincia dalle radici. Mentre l’asta ieri mattina andava deserta, nel perimetro antistante la palazzina reale, cinquanta bufale e decine di cavalli scorrazzavano liberi davanti alle telecamere della Rai. Un’intera trasmissione di Linea Verde sarà dedicata alla storia della mozzarella che ebbe i suoi natali proprio in quel di Carditello.
In attesa della convocazione del tavolo prefettizio di coordinamento, il Consorzio, il Comune e le Associazioni di Agenda 21 hanno già in programma la convocazione di una conferenza stampa, durante la quale saranno presentate prime linee guida per il rilancio del sito reale di Carditello.
Ora l’attesa è anche per il prossimo 15 aprile alle 12, quando andrà in onda la nuova puntata di Linea Verde, il programma che, da cinquant’anni, si propone di affrontare i temi del mondo agricolo ed enograstonomico illustrando prodotti, sapori e tradizioni della penisola italiana. Conduttori Eleonora Daniele e Fabrizio Gatta, due volti familiari al pubblico di RaiUno.
«È stata anche questa – ha detto con orgoglio Francesco D’Amore – l’opportunità per far conoscere all’Italia le potenzialità di questo luogo e la grandiosità della sua storia. Il gioiello voluto nel 1744 da Carlo di Borbone, che vi aveva impiantato un allevamento di cavalli, e accresciuto successivamente da Ferdinando IV e Maria Carolina, ospitò l'allevamento dei bovini e la produzione dei formaggi, in primis la mozzarella. Era nello spazio retrostante, diviso in cinque cortili, che si svolgevano le attività agricole, mentre l'area antistante - riservata alle corse dei cavalli – fatta di fontane con obelischi in marmo e un tempietto circolare al centro, da cui il re assisteva agli spettacoli ippici, era il luogo dell’accoglienza e della rappresentanza. Il nostro desiderio è quello di vedere rifulgere questo gioiello della nostra storia».

FONTE: IL MATTNO
Venerdì 30 Marzo 2012






Noi non sapevamo - Spettacolo teatrale

Si terrà il 31 marzo presso il Cineteatro Obadiah di Oppido Lucano lo spettacolo teatrale "W l’Italia.it ... Noi non sapevamo" di Egidia Bruno e Marie Belotti con canti a cura di Francesca Breschi.Lo spettacolo di sabato prossimo è il terzo appuntamento della Stagione teatrale promossa dall’Amministrazione comunale di Oppido Lucano, curata da Aviapervia Produzioni multimediali con il patrocinio di Cose di Teatro e Musica srl, Ministero per i Beni e le Attività culturali, Regione Basilicata e Voglia di Teatro.
W L’Italia.it porta in scena la “questione meridionale” facendo luce su quegli errori e responsabilità che ci hanno condotto alla situazione attuale, nella prospettiva unitaria che solo prendendosi cura di tutte le sue parti un paese può costruire il suo sviluppo e credere nel suo futuro.
Uno spettacolo che affrontando la questione meridionale - afferma il sindaco Antonietta Fidanza - riporta alla luce le tante ferite inferte al Meridione in nome dell’Unità: dalle stragi civili alle fucilazioni di massa, dai paesi rasi al suolo al Brigantaggio. Comprendere tutto questo significa aver compreso la Storia della nostra Nazione”.
Egidia Bruno, di origini lucane, vive e lavora a Milano e attualmente fa parte del gruppo di C.U.L.T. “la satira politica” di Zelig. Con la scrittura di “La mascula” vince il premio Massimo Troisi nel 2002 per la sezione Migliore scrittura comica, che diventa poi un monologo per la regia e le musiche di Enzo Jannaci.
Marie Belotti si occupa di arte in tutte le sue forme espressive, svolgendo per un certo periodo l'attività di gallerista d'arte contemporanea.
Francesca Breschi attrice, cantante, compositrice, ha collaborato con Nicola Piovani, Elio De Capitani, Silvia Nono, Francesco De Gregori e altri.


Fonte: basilicatanet.it del 29 marzo 2012

mercoledì 28 marzo 2012

Sul Regno delle Due Sicilie


Cos'era il Regno delle Due Sicilie
prima dell'Unità d'Italia?

di
Domenica Canna



Semplicemente era uno degli stati più evoluti d'Europa, non tanto e non soltanto in termini di ricchezza pro-capite (i 2/3 della ricchezza dell'intera penisola, appartenevano al Regno delle due Sicilie), quanto in termini di ricchezza sociale, culturale, scientifica.
Possiamo citare il minor carico tributario erariale d'Europa, la più alta percentuale di medici per numero di abitanti d'Italia, la prima scuola di psichiatria, la prima facoltà d'economia (nel mondo), la prima ferrovia (la celeberrima Napoli-Portici), la prima flotta mercantile d'Europa, assegnazione di case popolari, sanità gratuita, scuole ed asili nido, teatri, musei tutto questo faceva, del regno delle due Sicilie.
 Quindi uno Stato illuminato e dedito alla cultura ed al sapere.
Poi, con il benestare della massoneria e dei grandi potentati esteri (Inghilterra in primis), il prode Garibaldi avviò l'annessione coatta, compiendo i crimini più efferati e senza dichiarazione di guerra.
Con l'annessione ed il successivo smantellamento del sistema industriale e culturale, con la razzia di tutte le ricchezze del meridione da parte dei vincitori, con l'aumento siderale del carico tributario ed il conseguente impoverimento della popolazione, soprattutto nelle campagne, cominciò la (secondo me legittima) resistenza, che la storia, scritta dai vincitori, fece passare col nome di brigantaggio, per combattere il quale, furono compiuti crimini e stragi, rimaste, per troppo tempo, nell'oblio. (Cialdini, un nome su tutti).
Ora scriviamo pure che il brigantaggio fu una guerra dei poveri, scriviamo che erano gruppi di malfattori riuniti in una zona delimitata. Diciamo che erano razziatori, ladri, delinquenti che agivano al di fuori della legalità, appartenenti alla malavita organizzata. Tuttavia non dimentichiamo di citare le modificazioni che apportarono i Piemontesi nel Meridione, attraverso l'applicazione dello Statuto Albertino, delle Leggi Siccardi e della Legge Coppino che andavano a penalizzare fortemente la vita dei contadini.
Parliamo di quanto la Monarchia Borbonica fosse lieve nella tasse e di come permettesse il pascolo o il tagliar legna dovunque. Poi però aggiungiamo pure di come il Governo Piemontese introdusse nelle campagne la figura dell'esattore delle tasse, della guardia campestre e del carabiniere.
 Menzioniamo la corruzione e la connivenza che albergavano tra i politici e i potenti locali, tra i nobili latifondisti che non volevano fossero frammentate le loro proprietà. Citiamo l'assurdo comportamento di alcuni generali che tradirono il Re Borbone impedendo di fatto ai loro soldati di combattere contro Garibaldi, rendendo vano tutti i tentativi di formare un esercito regolare da schierare contro un nemico che non dichiarò nemmeno la guerra, in pieno contrasto con il diritto internazionale tra Stati Sovrani. L'invasione fu preparata con la complicità di altri Stati Italiani e stranieri che miravano, esattamente come Cavour, alle ricchezze economiche ed a quelle del suolo meridionale. Basti sapere che il Regno delle Due Sicilie aveva due volte più monete di tutti gli altri Stati della Penisola uniti assieme! Ciò basterebbe a spiegare l'intervento della Flotta Inglese che impedì a quella Borbonica di contrastare lo sbarco dei Mille a Marsala.
I leghisti oggi? Mi verrebbe da dire: dopo averlo saccheggiato (il Sud) ora vogliono liberarsene, poichè non hanno più alcunché da rubare!
Difendiamo l’Unità d’Italia certamente, ma restituiamo i fatti alla storia, non solo quella dei vincitori, ma anche quella dei vinti.







martedì 27 marzo 2012

Evento Neoborbonico a Castellammare di Stabia




EVENTO NEOBORBONICO

NEI CANTIERI NAVALI

DI CASTELLAMMARE DI STABIA



Castellammare (Napoli), mercoledì 28 marzo, ore 19.00, presso la sede di Officina Democratica (Lungomare "garibaldi"), Convegno-dibattito sul tema "Castellammare, Napoli e il Sud dai primati alla recessione", con Gennaro De Crescenzo, Vincenzo D'Amico, Nando Dicè e Denis Mattia Somma (organizzatore e moderatore).
Perché oggi non guidiamo automobili costruite a Pietrarsa? Perché non usiamo saponi Bevilacqua oppure orologi Marantonio? Perché non indossiamo maglioni Sava? Quali erano i prodotti più in uso nell'Italia meridionale circa un secolo e mezzo fa? Quali erano i produttori più famosi e perché sono scomparsi? Perché nel Regno delle Due Sicilie vantavamo primati economici positivi (da Castellammare a Mongiana…) e dopo la fine del Regno solo primati negativi? Dal Sud di oggi escono risorse per 72 miliardi l’anno e, di questi, 63 miliardi vanno al Centro-Nord sotto forma di acquisti netti.
E se iniziassimo davvero a scegliere, per quanto possibile, anche nella nostra spesa quotidiana (federalismi, secessioni o leghe che siano), i prodotti ancora realizzati al Sud? Questi e molti altri gli spunti per un dibattito più che mai attuale e necessario per il riscatto del Mezzogiorno d’Italia.
Compatrioti, amici e soprattutto “nemici” non mancate.







lunedì 26 marzo 2012

Il Carditello violentato dalle mafie



Carditello, la reggia borbonica sfregiata
per affermare il dominio dell'anti-Stato


L'edificio storico offeso da un sacco continuo:
«Volontà di sfregio e di umiliazione simbolica»


Come ha scritto ieri Gian Antonio Stella sul «Corriere della Sera», a Carditello è in questione l'onore dello Stato. La devastazione è così totale, così umiliante, così continua da diventare un simbolo dell'umiliazione della legge e della dignità dello Stato: cioè di noi tutti. Non è incuria, né solo rapina: è piuttosto una distruzione volontaria, tenace e pianificata. E sono proprio questi caratteri a collegare il sacco di Carditello alla camorra: oltre al bestiale desiderio di impadronirsi di gradini di marmo, brandelli di affreschi, e mattonelle antiche c'è infatti una volontà di sfregio e di umiliazione simbolica, che sembra voler affermare il pieno dominio dell'anti-Stato sul territorio.
Proprio da qui, tuttavia, può venire una paradossale lezione per tutti noi. Siamo ormai abituati a connettere il patrimonio storico e artistico non alla politica, all'educazione civica o alla costruzione di una cittadinanza consapevole, ma invece allo svago, al divertimento, al superfluo. O, ancora, a considerarlo un pozzo di petrolio: da tutelare solo in quanto si può sfruttare, da curare solo quando sia redditizio.





Carditello, gli sfregi alla reggia
              
I vandali criminali di Carditello rischiano, invece, di aver capito meglio di noi quale sia il vero ruolo della storia dell'arte e dei monumenti: essi li odiano e li distruggono perché sanno leggerli come noi non sappiamo più fare. Li odiano perché nella bellezza, nell'ordine e nella gratuità della reggia borbonica vedono l'unico segno che ancora connette quel territorio alla civiltà. Ciò che, infatti, rende Carditello uno dei casi più esemplari del suicidio dell'Italia, è il fatto che in quel luogo si intrecciano in un nodo indissolubile la distruzione dell'ambiente (avvelenato capillarmente dai rifiuti tossici che inquinano la catena alimentare, condannandoci), quella del paesaggio (devastato dalla terrificante catena montuosa delle discariche), e quella del patrimonio artistico. Si fatica spesso a spiegare l'unità profonda che lega, storicamente e materialmente, questi tre profili del volto del nostro paese. Ecco, a Carditello questa idea, solo apparentemente astratta, diventa concreta: orribilmente concreta. Tutti speriamo che il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi trovi proprio in Carditello l'occasione di imprimere una svolta al suo mandato, fin qui assai opaco. Quasi qualunque decisione sarebbe meglio dell'ignavia collettiva dimostrata da tutte le istituzioni che hanno perso la faccia nella vicenda: dal Consorzio di bonifica del Volturno, al Banco di Napoli, alla Soprintendenza di Caserta e allo stesso Mibac. La soluzione potrebbe passare attraverso una sorta di riscatto a spese pubbliche, o attraverso una severa responsabilizzazione dei privati che di fatto la posseggono: ciò che conta veramente è che lo Stato riaffermi al più presto la propria dignità e il proprio onore.



Carditello, «Venaria del Sud» in degrado: foto

                       
Cioè: la nostra dignità e il nostro onore. Una delle cose che fa più impressione, visitando Carditello e il suo territorio, e che mentre nessuno monta la guardia alla reggia, l'esercito controlla in modo assai efficiente le vicinissime discariche, apostrofando con durezza i cronisti e gli studiosi che usano le macchine fotografiche per documentare lo scempio. Grandi cartelli gialli avvertono che le fotografie sono proibite perché le discariche sono «di interesse nazionale strategico», e dunque sono protette da «sorveglianza armata». Per noi, insomma, non è Carditello, non è il patrimonio storico e artistico ad essere strategico per il futuro del Paese. Mentre lo sono la monnezza e i suoi criminosi affari. E — come dice il Vangelo — dove è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore.

 FONTE:
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
Tomaso Montanari
21 marzo 2012




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Il ministro Ornaghi in visita a Carditello
Il titolare del dicastero dei beni culturali ha svolto
un sopralluogo al real sito borbonico messo all'asta



CASERTA - Dopo l'enorme attenzione mediatica posta sulle condizioni di assoluto degrado in cui versa il real sito borbonico di Carditello, nel Casertano, il ministro dei beni culturali, Lorenzo Ornaghi, si è recato a visitare la piccola reggia, oggetto di una procedura di vendita all'asta presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere a causa dei debiti che l'ente proprietario del sito, il Consorzio di bonifica del Basso Volturno, ha accumulato nei confronti delle banche.
La rabbia e la tristezza ci sono. E il ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, non le nasconde. Usa proprio questi termini per descrivere la storia della Reggia di Carditello, gioiello dell'architettura settecentesca oggi emblema del degrado. La «Reale Delizia», un tempo paradiso dei Borbone, oggi è soffocata da saccheggi, discariche, incuria. Ed è pure finita all'asta, per 15 milioni di euro. Ma «da oggi», dice lo stesso Ornaghi, «si vede il futuro di Carditello». Ornaghi, quella Reggia, costruita da Francesco Collecini, allievo di Vanvitelli, che un tempo era circondata da boschi, allevamenti e oggi da discariche, e dove è stato saccheggiato di tutto e anche di più, l'ha voluta vedere di persona. E quando è arrivato nella sede della Prefettura di Caserta ha esordito così: «Credo che nessun cittadino di questa terra, nessun cittadino italiano che veda le condizioni della Reggia possa non sentire il cuore gonfio di rabbia e di tristezza per il degrado che i decenni hanno provocato». La Reggia non «è di proprietà dello Stato», ha ricordato Ornaghi. E in effetti l'ente proprietario è il Consorzio di Bonifica del BassoVolturno, controllato dalla Regione Campania, che naviga in pessime acque e ha debiti verso l'ex banco di Napoli per 32 milioni di euro; soldi che dovrebbero arrivare appunto dalla vendita del sito. La vendita, appunto. Il prossimo 29 marzo, dopo la seduta dell'asta andata deserta lo scorso 15 marzo, c'è un altro appuntamento con una base che potrà essere ulteriormente ribassata, almeno di un quarto, rendendo di fatto il tutto più appetibile ai privati. È anche questo il timore di parecchi nella terra di Gomorra, appetibile per qualche boss. L'asta, Ornaghi non lascia margine, si farà. «Bisogna considerare il più realisticamente possibile la procedura - ha spiegato il ministro - le forme con cui togliere dal mercato questo bene culturale. Credo che sia estremamente difficile per la ristrettezza dei tempi, ma soprattutto per fattori che attengono al campo del diritto sospendere la prossima asta, perchè i creditori sono numerosi e ne occorrerebbe il consenso all'unanimità, vediamo cosa succede dopo il 29». Ma una cosa, Ornaghi, la precisa: «Il futuro non si vede dopo il 29, ma oggi». «Dopo il 29 di sicuro c'è l'impegno del Governo a fare in modo che la Reggia torni al suo antico splendore - ha aggiunto - e di farlo in collaborazione stretta con la Regione e gli enti locali». E se proprio dovesse arrivare un'offerta rischiosa, per la Reggia come per il territorio, il ministro rassicura: «Lo Stato ha uno strumento di difesa efficace che è la prelazione, se si dovesse verificare eserciterà questo diritto». C'è, poi, un altro punto, importante, che il futuro della Reggia incassa. Ed è in tavolo con gli Enti locali coordinato dalla Prefettura di Caserta che individuerà le misure di salvaguardia più utili per evitare che lo scempio dei furti continui. Soddisfatto si è detto il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, pronto, insieme agli altri Enti locali, a mettere a punto un piano per la valorizzazione. «Dobbiamo lavorare tutti insieme - ha detto - e dobbiamo fare di tutto». «Felicissimo» il sindaco di San Tammaro, Emiddio Cimmino, che per salvare la Reggia ha pure fatto lo sciopero della fame: «Si comincia a parlare di soluzione per Carditello». Già, si comincia. Ora, e lo ha detto anche Ornaghi, «ci vuole tanta determinazione, da parte di tutti per una situazione che richiede non dichiarazioni di soluzione, ma l'avvio di una concreta soluzione».






FONTE:
CORRIERE DEL MEZZOGIORNO
20 marzo 2012







domenica 25 marzo 2012

Le profezie di San Giovanni Bosco




Mi e' capitato di leggere questo interessante articolo di Vittorio Messori che fu scritto in occasione del centenario della morte di S. Giovanni Bosco. Si tratta, essenzialmente, di alcune profezie che fece contro casa Savoia. Troppo spesso bollate dalla storia come "pressioni da parte del clero oscurantista", ritornano invece di grande attualità a causa del laicismo imperante nella società odierna e dell' apostasia della fede che l' Italia sta vivendo in questo tempo avverso. Mi è sembrato doveroso riportare l'articolo di sana pianta, con tutte le considerazioni dell' autore che ne indicano una chiave di lettura molto interessante.
Esposito Luca

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Vittorio MESSORI
Le profezie «politiche» di San Giovanni Bosco.
Tratto da: Studi Cattolici, 32 (1988) n. 326/327, p. 290-292.


Nel centenario della morte di san Giovanni Bosco, un santo tanto amato dagli italiani, Vittorio Messori rievoca alcuni aspetti della sua personalità e del suo rapporto con Dio e con gli uomini, forse inquietanti per lo spirito dei tempi ma illuminanti per chi legga i fatti "sub specie aeternitatis".
Può essere inquietante -anche per chi si consideri buon cattolico, ma sia cresciuto secondo un certo spirito dei tempi- approfittare del centenario del "dies natalis" del Santo di Valdocco per rivisitare (o scoprire di bel nuovo) i 19 volumi delle "Memorie biografiche di Giovanni Bosco" editi tra il 1898 e il 1939 da G.B. Lemoyne e poi da Eugenio Ceria.
Inquietante perché (avendo fatta nostra la lettura solo «positiva», «scientifica» della storia ed essendoci dunque abituati a considerare irrilevante, per la ricostruzione degli avvenimenti, l'ipotesi-Dio) in queste "Memorie" siamo riportati bruscamente a una prospettiva "provvidenzialista", a un'ormai del tutto desueta -se non scandalosa- lettura dei fatti "sub specie aeternitatis".
Se ci è lecito, un riferimento personale: è proprio attorno ad alcuni aspetti del cosiddetto "Risorgimento" che si aggirava la nostra tesi di laurea. I corsi torinesi si tenevano allora -per le facoltà umanistiche- proprio nell'edificio di fianco al palazzo Carignano dove ebbe sede prima il Parlamento Subalpino e poi (nel triennio 1861-1864) quello italiano. A pochi passi da lì, palazzo Madama, sede del Senato, il palazzo Reale con accanto la manica lunga del palazzo delle Cancellerie, sede dei ministeri del Regno. Dunque, non soltanto nelle aule dei corsi o in biblioteca, ma anche recandoci all'università o passeggiando coi compagni tra una lezione e l'altra, si era come circondati da voci che risalivano da quei decenni dell'Ottocento. I decenni di Vittorio Emanuele II ma anche di don Bosco, il quale, per gli storici "laici" e, dunque, i soli considerati «scientifici» sui quali ci formavamo meritava al massimo qualche accenno, in nota.
Eppure, a leggere la narrazione degli avvenimenti "dall'altra parte", da quella appunto di Valdocco, quel Mistero negato e irriso dalla storiografia moderna ritorna prepotente. Uno scandalo, lo dicevamo, per la mentalità di un mondo che ignora il Gesù "esultante nello Spirito" di cui parla Luca e che ringrazia il Padre per avere nascosto ciò che davvero conta agli intellettuali e ai sapienti in genere. Ma uno scandalo, osservavamo anche questo, pure per certo cattolicesimo che, desiderando sopra ogni cosa conquistare uno status, un diritto di cittadinanza nella "cultura" della città secolare, scuote il capo, tra imbarazzato e compassionevole per chi si ostinasse in una lettura "provvidenzialista" della storia, contrastante con l'idea di un Dio limitatasi, per dirla con Pascal, a "dare un colpetto al mondo per metterlo in moto" e che si sarebbe poi ritirato tra le sue nuvole, lasciando che gli uomini se la cavassero da sé.
Così, come prendere sul serio, come non considerare un visionario, chi si rifacesse alle "Memorie biografiche" per interrogarsi (è solo un esempio tra i tanti) sull'improvvisa morte del Conte di Cavour proprio nel momento del trionfo? E proprio quando l'imprevista costruzione provocata dalle sue mosse più sembrava avere bisogno di lui?
Davvero coincidenze?
Quando, il 17 marzo del 1861, Vittorio Emanuele II fu proclamato re d'Italia e il 25 marzo Cavour indicò l'unica possibile capitale del nuovo Stato in Roma (che, peraltro, non vide mai, come Manzoni, del resto) la situazione per la Chiesa era drammatica: ben 70 i vescovi rimossi dalle loro sedi o incarcerati, centinaia i preti che facevano loro compagnia in prigione, 64 i sacerdoti diocesani e 22 i frati fucilati, soprattutto in quel Sud conquistato dove era stata subito estesa la legge piemontese per la soppressione delle comunità religiose, con 721 conventi confiscati e la dispersione di 12.000 tra monaci e monache. In questo tragico marasma, quando il governo decise che la prima domenica di giugno (che nel 1861 cadeva il giorno 2) si sarebbe celebrata la festa dell'Unità nazionale, il clero fece sapere che non avrebbe potuto partecipare. Pronta la rappresaglia di Cavour che, con una circolare, proibiva la partecipazione delle autorità civili a quella grande processione torinese del Corpus Domini che, anche nei momenti più difficili dei rapporti tra Stato e Chiesa, aveva continuato a rivestire il solennissimo carattere tradizionale, con la presenza del Re, della corte, dello Stato Maggiore, dei ministri, dei deputati, dei senatori.
Era dunque la prima volta che si interrompeva, in Piemonte, questa tradizione. Don Bosco ne fu particolarmente afflitto e disse ai suoi che non presagiva nulla di buono da una simile decisione. I giovani collaboratori e allievi che, venerandolo ormai come un santo, prendevano nascostamente nota di ogni sua parola, avevano appuntato come alla fine del 1860 si fosse lasciato andare a una delle sue profezie di morte inesplicabile, impreveduta: "L'anno prossimo morirà un gran personaggio, un famoso diplomatico, se ne parlerà in tutta Europa come di un fatto gravissimo". Don Bosco stesso, comunque, dispose che alla processione (fissata per il 30 maggio) il posto lasciato vuoto da deputati e senatori fosse occupato da un numero corrispondente di giovani del suo Oratorio.
"Ed ecco che la sera del 29 maggio, vigilia del Corpus Domini -scrivono le "Memorie biografiche"- il Conte di Cavour, che aveva appena passato i 50 anni, di salute robustissima, rientrato nel suo palazzo era colpito da sincope e restava come morto". Il 2 giugno, "mentre in tutte le parti del Regno si festeggiava civilmente l'Unità d'Italia, invece di raccogliere i primi onori e i rumorosi applausi, il Conte si aggravava in modo irreparabile". E il 6 giugno "passava all'eternità". Le "Memorie" hanno anche cura di ricordare come quel giorno fosse nell'ottava del Corpus Domini, cancellato dal calendario da Cavour, e fosse anche l'anniversario del grande miracolo eucaristico di Torino nel 1453 (un'Ostia innalzatasi dal calice rubato e restata a mezz'aria per ore prima di di ridiscendere nel calice stesso tenuto dal vescovo, circondato da tutta la città in preghiera). «Qual coincidenza!», scrive il Lemoyne che pure non si sente di certo autorizzato a rallegrarsi: in effetti, don Bosco, che già aveva fatto pregare i suoi giovani per la salute del Conte, alla notizia della morte li fece ancor più pregare per la sua salvezza eterna. Nella quale, malgrado tutto, si disse fiducioso, ricordando come Cavour, per parte di madre, fosse parente di Francesco di Sales, di colui dunque sotto il cui nome e la cui protezione aveva messo tutta la sua opera. Non mancò però di osservare che le autorità civili che non erano andate in processione dietro il baldacchino con le Sacre Specie, avevano dovuto andare in processione dietro il feretro di colui che aveva impedito quel gesto religioso.
Davvero "coincidenza" (come fingono di credere le "Memorie", pur facendo di tutto per indirizzare altrove per una spiegazione)? O davvero uno dei tanti aspetti di quel Mistero che certa storia ignora quando non beffa? Chissà. Certo un possibile "altro modo" per leggere uno degli avvenimenti più traumatici della storia risorgimentale, una morte che fu all'origine di eventi le cui conseguenze, per l'incapacità dei successori del "Tessitore", il Paese paga forse anche ora.
Che dire poi, tra altri cento, dei casi davvero impressionanti (e di cui non c'è traccia nei libri di storia che si dicono "seri", se non in qualche allusione polemica a "pressioni operate sul Re da forze clericali oscurantiste"), dei casi, cioè, che accompagnarono l'approvazione della legge Rattazzi, nel 1855? E' la legge, come è noto, per la confisca dei beni ecclesiastici e per la soppressione di gran parte delle comunità religiose. Fieramente avverso a quella legge -mentre una commissione di quattro teologi cortigiani convocata dal governo l'approvava- don Bosco cominciò col suggerire a un giovane allievo di trascrivere e d'inviare a Palazzo l'atto di fondazione dell'abbazia di Altacomba, in Savoia, l'antico sepolcreto della dinastia. In quell'atto, i Savoia del XII secolo scagliavano maledizioni contro i loro discendenti che avessero osato usurpare le proprietà della Chiesa. Ricevuta la missiva, Vittorio Emanuele (la cui angoscia comincia qui, diventando sempre più tormentosa) fece rimproverare il mittente e, con lui, don Bosco. Il quale, però, sognava di lì a poco un valletto in livrea che gli gridava: «Gran lutto a corte!». Poiché l'esperienza gli aveva mostrato come i suoi sogni fossero spesso profetici, il Santo (spintovi anche dal suo confessore, Cafasso) ritenne suo dovere avvisarne il Sovrano. La lettera non sembrò suscitare reazioni particolari. Da lì a poco un altro sogno: «Non grande, ma grandi lutti a corte!», e ulteriore avvertimento al Re, con l'esplicito legame tra queste visioni notturne e la legge presentata da Rattazzi.
La discussione iniziava alla Camera il 9 gennaio 1855 e subito dopo si metteva in moto una tragica successione che costringeva l'assemblea a continue chiusure per lutto. Tre giorni dopo, in effetti, il 12 gennaio moriva all'improvviso -non aveva che 54 anni- la piissima regina madre, Maria Teresa. Otto giorni dopo, il 20 gennaio, era la volta della moglie del re, Maria Adelaide, 33 anni. L'undici febbraio toccava al solo fratello maschio del sovrano, anch'egli trentatreenne, Ferdinando, duca di Genova. Dicono le "Memorie": «Non era mai avvenuto, nemmeno nelle pestilenze più crudeli, che in meno di un mese si aprissero tre tombe per accogliervi le salme di principi così strettamente uniti in parentela al Sovrano». Purtroppo la serie non era ancora terminata, ché -mentre la legge, approvata dalla Camera era in discussione al Senato- il 17 maggio di quello stesso anno moriva il figlio nato a Vittorio Emanuele dalla moglie Maria Adelaide l'8 gennaio, pochi giorni prima del decesso. Come la madre -e come tutti gli altri morti di questa storia, del resto- il piccolo (battezzato come Vittorio Emanuele Leopoldo Maria Eugenio) godeva di ottima salute e la sua fine fu improvvisa.
Scrive Lemoyne, impassibile, se non implacabile: "In quattro mesi il Re aveva perduto la madre, la moglie, il fratello e il figlio. Il sogno di don Bosco erasi pienamente avverato". Il re stesso era del tutto convinto di un misterioso legame tra ciò che Rattazzi, Cavour e la maggioranza della Camera pretendevano che egli firmasse e quei sogni infausti. Tanto che tentò di incontrare don Bosco, andò egli stesso a Valdocco per parlargli ma una serie di strani impedimenti ed equivoci gli impedì di trovarsi faccia a faccia con un prete che, del resto, aveva beneficato (e che beneficherà anche in seguito) e che, sfidato quasi a duello da un generale, protestava di essersi deciso a scrivere al Re proprio per l'affetto di suddito fedele.
Un terribile esempio.
Che pensare (noi, ormai tutti un pò "illuministi") di vicende di questo tipo? E che succederebbe della reputazione di uno storico universitario se rifiutasse di considerare una "coincidenza" anche quanto fu profetizzato in quei mesi da don Bosco (che su questo fece stampare un apposito opuscolo che rischiò il sequestro, non eseguito solo per timore di ulteriore pubblicità): «La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione»? Umberto II, effimero re per meno di un mese e costretto all'esilio a vita, non era che il terzo successore del sovrano la cui firma sta sotto la legge di soppressione e confisca. Quanto alla "quarta generazione", ogni lettore di cronache attuali sa quale credito meriti...
Ma, per tornare a colui che la storia cortigiana volle chiamare "Re galantuomo", a quanto pare don Bosco ebbe la vista lunga anche sulla sua morte. Dal 1862 non si recitavano più, nella liturgia della Chiesa italiana, le preghiere per il Sovrano. Alla fine di dicembre del 1877 il Santo, in partenza per Roma, stupì tutti disponendo che all'Oratorio si riprendessero gli "Oremus pro rege nostro". Alle domande dei superiori salesiani, rispose lasciando intendere che l'interessato ne avrebbe avuto presto particolarmente bisogno. Pochi giorni dopo, il 9 gennaio (ancora una volta all'improvviso) Vittorio Emanuele moriva a meno di 58 anni in quel Quirinale in cui gli "italiani" erano penetrati il 20 settembre di 7 anni prima con l'aiuto di un fabbro che scardinò il portone, chiuso dagli Svizzeri prima d'andarsene. Da Roma, don Bosco scrisse al conte Cays, grande amico e benefattore: «Il lutto del Quirinale è servito per chi l'aveva preparato» (credendo infatti imminente la morte di Pio IX, il sovrano aveva disposto perché il palazzo reale, già papale, preparasse le gramaglie). Continuava il Santo: «Avvi però grave motivo di benedire il Signore. Con ricevere i SS. Sacramenti assicurò, speriamo, la salvezza dell'anima sua. Ma darà un terribile esempio a tutta l'Europa che vede un re in buona età, sano, robusto e in tre giorni fatto cadavere».
Sapeva essere schietto e spiccio, questo nostro don Bosco. Come tutti i santi, del resto. Al pari di loro, poi, non temeva di venerare il "digitus Dei" anche nella cronaca che, di giorno in giorno, si fa storia. Sembra che noi, cristiani di questo scorcio del secondo millennio, abbiamo perduto, o rifiutato, lo sguardo che penetra aldilà dell'apparente casualità. Un modo per diventare credenti "adulti"? Per adeguarsi al brancolare di "ciechi che guidano altri ciechi" e che pur affermano di vedere meglio che ogni altro?



venerdì 23 marzo 2012

Carditello, Cimmino si appella a Napolitano


La Presidenza della Repubblica continuerà a seguire attentamente la vicenda della Reggia di Carditello". E' quanto avrebbe assicurato il consigliere di Giorgio Napolitano per il patrimonio culturale Louis Godart nel corso dell'incontro tenuto al Quirinale con la delegazione composta dal sindaco di San Tammaro (Caserta) Emiddio Cimmino, dal presidente e dal consigliere del Consorzio di Bonifica del Volturno, ente proprietario del sito borbonico, Francesco Villano e Francesco D'Amore e dai rappresentati di ''Agenda 21'', associazione promotrice dell'incontro.
Godart, come gia' il ministro Lorenzo Ornaghi nel corso del vertice svoltosi nella prefettura di Caserta martedi' scorso, ha anche manifestato la volonta' di scongiurare l' inopportuna vendita della Reggia di Carditello, che e' attualmente all' asta, a privati attraverso l' esercizio del diritto di prelazione da parte delle istituzioni o di equivalenti soluzioni a garanzia della propriet… pubblica del bene. "Dopo questo incontro - ha detto il sindaco Cimmino - siamo davvero fiduciosi che le istituzioni trovino una soluzione per la Reggia".
Fonte: Campanianotizie.com

giovedì 22 marzo 2012

Mimmo Cavallo - Quando saremo fratelli uniti



La verità storica

suonata e cantata da

MIMMO CAVALLO

nel suo recente CD

“Quando saremo fratelli uniti”



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Quando negli anni ’80 quel motivo orecchiabile dal titolo “Uh, mammà!” guadagnò le classifiche nazionali, pochi compresero il profondo messaggio identitario in esso contenuto, mentre i soliti giacobini, intuendo il pericolo di quella improvvisa ed inaspettata presa di coscienza, ne cercarono di limitare gli effetti operando il consueto boicottaggio.
Ora che, finalmente, i tempi sono maturi anche grazie al coraggio di artisti di tale calibro, Mimmo è ritornato alla carica con un formidabile CD. Una vera e propria opera d’arte dalla quale traspira superba un’identità repressa  per troppo tempo; una voglia di riscatto espressa con musiche e parole travolgenti ed appassionate.
Oltre ad essere un lavoro di eccezionale valore artistico, frutto di un indiscusso talento musicale alimentato da un profondo e sincero amore per la propria Terra e da un irrefrenabile desiderio di verità, il CD di Mimmo è un “micidiale” strumento di diffusione di massa della verità storica, con il quale è possibile raggiungere facilmente i cuori della gente.
Con le parole non si riescono a descrivere i sentimenti e le sensazioni che si provano nell’ascoltare le canzoni di Mimmo che, come per incanto, trasportano la mente attraverso il tempo e la storia. Un miracolo.
Acquistatelo, consigliatelo e regalatelo. Sarà una nuova e grande breccia nel muro delle menzogne, un nuovo importante contributo alla verità storica, una insidiosa arma nelle mani dei briganti del terzo millennio.









DOVE ACQUISTARE IL CD:

- Librerie Feltrinelli;
- su richiesta in tutti i negozi di dischi;
- su IBS;
- su AMAZON;
- può essere scaricato da iTunes.

martedì 20 marzo 2012

Sondaggio toponomastico a Potenza

Il 10 marzo 2012 è comparsa sulla Gazzetta del Mezzogiorno la notizia di un sondaggio promosso da Comune di Potenza per l’intitolazione di alcune strade cittadine a delle donne.
Dopo aver preso visione di quanto pubblicato, preghiamo tutti voi, quali attenti e puntuali “Tiragliatori scelti”, di votare e di far votare in massa il sondaggio a favore della Brigantessa Maria Lucia Dinella (molto probabilmente il cognome è Nella, ma va bene così), magnifica donna brigante che a fianco di Ninco Nanco si batté fiera per la libertà della sua Terra e per la dignità della sua Gente.
Per accedere al sondaggio cliccare sulla stringa sottostante:


Come di consueto, facciamoci onore.



Maria Lucia Dinella




GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO del 10 marzo 2012


Il Comune di Potenza intitolerà tre strade ad altrettante donne, sulla base di 18 proposte consegnate all’amministrazione comunale dall’associazione "Telefono donna" e votate sul sito internet dell’ente: il progetto è stato presentato stamani, a Potenza, nel corso di un incontro, a cui hanno partecipato l’assessore comunale all’ambiente, Nicola Lovallo, la presidente di "Telefono donna", Cinzia Marroccoli, e il dirigente comunale per la qualità urbana, Giancarlo Grano.
L'associazione ha consegnato al Comune 18 proposte, di cui sei a livello internazionale, sei di fama nazionale e sei lucane (o che hanno operato in Basilicata). I nominativi saranno pubblicati su una pagina internet dell’amministrazione comunale e votate dagli utenti. I tre nomi (uno per ogni gruppo) che riceveranno il maggior numero di voti saranno poi "recepiti" dalla giunta comunale, e dovranno ottenere l’autorizzazione dell’Istituto nazionale di Storia patria e del Prefetto prima dell’intitolazione.
Per la Basilicata sono stati proposti i nomi di Maria Lucia Dinella (compagna del brigante Ninco Nanco), Ester Scardaccione (primo presidente della Commissione regionale per le pari opportunità), Anna Dinella e Maria Padula (due pittrici), Camilla Ravera (prima donna nominata senatore a vita) e Maria Marchetta (Serva di Dio). In Italia solo il cinque per cento delle strade è dedicato alle donne, ha detto Marroccoli, e a Potenza questo è accaduto solo in otto casi, rispetto a 185 uomini, ma "quello che dobbiamo evitare – ha aggiunto – è che non si perda la memoria delle donne che hanno fatto la storia". Lovallo ha invece ricordato la delibera, già approvata, per intitolare a Elisa Claps un nuovo parco nel quartiere di Macchia Romana, e ha confermato "l'impegno del Comune a concludere in tempi brevi il precorso di intitolazione".




lunedì 19 marzo 2012

151 anni fa cadeva la Cittadella di Messina



Successo della commemorazione di MESSINA.
Grazie a Franz Riccobono (artefice principale e delegato del "Parlamento delle Due Sicilie") e ai delegati del MOVIMENTO NEOBORBONICO Salvatore Serio e Pasquale Zavaglia e agli amici dell'Editoriale Il Giglio che hanno partecipato all'evento.



Era il 13 Marzo 1861, a quattro giorni dalla proclamazione a Torino del Regno d’Italia, quando dalla Cittadella veniva ammainata la candida bandiera duosiciliana La fortezza messinese rappresentò, insieme con quelle di Gaeta e di Civitella del Tronto, l’estrema resistenza del millenario Regno delle Due Sicilie, dove i soldati pur sapendo dell’inutilità di ogni sforzo, cercarono di difendere la Patria, esprimendo la propria fedeltà al Re Francesco II di Borbone. Quarantasette furono i caduti sugli spalti. Una pagina del nostro passato volutamente cancellata dalla storiografia ufficiale, come la stessa Real Cittadella, testimone inesorabile dei fatti, che ancora oggi versa nel totale abbandono.
Per ricordare l’evento, presso una gremita Chiesa SS.  Annunziata dei Catalani, è stata celebrata una Santa Messa in suffragio dei Caduti della Real Cittadella presieduta dal Rev. Mons. Mario Di Pietro Cappellano e Parroco di Santa Caterina. Durante l’omelia il cappellano Di Pietro ha ricordato che al di là dell’evento, c’è una storia che va oltre alcuni pregiudizi e sa cogliere i principi fondamentali di quei fatti, ed i giovani devono crescere con i valori della fede che serve ad rianimare le realtà in cui ci troviamo.
Le iniziative di questa mattina hanno avuto l’apice con l’ascesa, al Bastione Santo Stefano presso la Real Cittadella dove, a distanza di 151 anni sono tornate a sventolare i candidi vessilli del millenario Regno delle Due Sicilie sopraffatto dalle Truppe Garibaldino-Piemontesi con la scusa dell’imposta Unità d’Italia. Come l’anno scorso, anche quest’anno la manifestazione non poteva passare inosservato,  Numerose le persone provenienti da tutta la Sicilia, la Calabria e da Napoli, per commemorare le vittime dei fatti e per onorare Il generale Gennaro Fergola, decorato da Francesco II delle Due Sicilie con la gran croce dell’Ordine di San Giorgio. Sotto la lastra marmorea a lui dedicata, gli ex allievi della caserma “Nunziatella” hanno posto una corona di fiori in memoria dei fatti avvenuti il 13 Marzo 1861 e per l’eroico gesto che Fergola compì nella Città dello Stretto,  resistendo per otto mesi all’assedio  dal generale piemontese Enrico Cialdini.
Tali iniziative portate avanti dall’Associazione Amici del Museo, la Delegazione di Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, l’Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella, la Delegazione di Messina dei Comitati delle Due Sicilie e dell’Associazione Culturale Neoborbonica, il Centro Studi Politici “SiAmo Messina”, il Parlamento delle Due Sicilie, l’Associazione Culturale Attivisti Neoborbonici, la Nobile Arciconfraternita SS. Annunziata dei Catalani, la Delegazione di Messina dell’Istituto Italiano dei Castelli, l’Associazione Culturale Due Sicilie “Nicola Zitara” di Gioiosa Ionica, la Casa Editrice “Il Giglio” di Napoli e il Network Z.D.A, hanno lo scopo di riqualificare l’area della Real Cittadella,  che ancora oggi purtroppo presenta segni di abbandono e degrado.


Fonte: Messinawebtv del 19 marzo 2012

La storia negata

IL RIFORMISTA del 19 marzo 2012

La storia negata
Racconti borbonici ma non revisionisti
di
Federico Fornaro


In un “Regno che è stato grande” (Mondadori) Gianni Oliva affronta uno dei principali nodi della storiografia nazionale.

 Lo scorso anno a margine delle celebrazioni ufficiali del 150° anniversario dell’Unità di Italia, ha preso corpo un fenomeno assolutamente originale: il fiorire di una pubblicistica “neo borbonica” fino ad allora relegata in ristretti circoli meridionali, nostalgici del tempo andato.
Si è così assistito, accanto a riletture attente (e depurate dalla retorica post risorgimentale) degli avvenimenti e delle conseguenze del processo di unificazione nelle regioni meridionali - per tutti il bel libro di Salvatore Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile (Donzelli) - alla nascita di un filone revanscista, cantore dei fasti perduti del Regno delle Due Sicilie. Per un apparente, strano, scherzo del destino l’operazione revisionista pro-borbonica e quindi anti-unitaria, ha finito per saldarsi con quella - politicamente più schierata - di matrice verde leghista. A mettere a tacere i sostenitori (al Nord come al Sud) della tesi da bar che «sarebbe stato molto meglio se avessimo continuato a vivere divisi», basterebbe la rapida lettura di una breve raccolta di saggi pubblicata lo scorso anno da Marsilio, a cura di Pasquale Chessa, dal titolo Se Garibaldi avesse perso. Storia controfattuale dell’Unità d’Italia, in cui alcuni dei nostri migliori storici contemporaneisti (Berta, Cardini, Gentile, Isnenghi, Sabbatucci e il compianto Luciano Cafagna) non soltanto smontano l’impianto delle tesi revisioniste, ma dimostrano - dati alla mano - come tutte le alternative all’unificazione sarebbero state nettamente peggiori della pur travagliata storia patria dal 1861 ai giorni nostri.
A venirci in aiuto per comprendere meglio non tanto le ragioni di chi si opponeva al disegno unitario di Cavour e dei Savoia, ma piuttosto per rimettere al loro corretto posto nella storia d’Italia il regno dei Borboni, è adesso arrivato nelle librerie l’ultimo lavoro di Gianni Oliva, Un regno che è stato grande. La storia negata dei Borboni di Napoli e Sicilia (Mondadori).
Oliva affronta con il consueto equilibrio, uno dei principali nodi interpretativi della storiografia nazionale, provando a superare la diffidenza e l’ostracismo stratificatosi negli anni contro uno dei principali ostacoli sulla strada dell’affermazione del Risorgimento Italiano.
Come è giustamente ricordato nell’introduzione, infatti, l’immagine ufficiale trasmessa ai posteri del Sud prima dell’arrivo di Garibaldi e delle truppe liberatrici è stata quella di territori malgovernati da re inetti e reazionari, di un’economia arretrata e di una società ignorante e semifeudale. In altri termini, la modernità dell’impianto statuale sabaudo contrapposta al medioevo borbonico.
«Le ragioni di questa impostazione sono evidenti - spiega Gianni Oliva - per rappresentare il Risorgimento sabaudo come unica via al progresso e alla libertà, occorreva demonizzare gli avversari e costruire una memoria strumentale del passato, che condannasse i Borboni come figure antistoriche ed esaltasse i Savoia come i principi della patria liberale».
Lungi dal voler assumere un’ antistorica difesa delle ragioni dei Borboni, Oliva si pone, invece, l’obiettivo di ripulire l’immagine del Regno meridionale dalle incrostazioni negative della propaganda e della retorica risorgimentale, per dare - ci si conceda la battuta - «ai Borboni quello che è stato dei Borboni», evitando peraltro fuorvianti e strumentali operazioni di taglio revisionista e provando nel contempo, però, a porre giustamente rimedio alla damnatio memoriae che nella storia - da sempre - è imposta ai vinti dai vincitori. Il regno borbonico del Sud, sconfitto dalla diplomazia di Cavour e dal coraggio di Garibaldi, non merita, infatti, di essere ignorato. In un alterarsi di oscurantismo e aperture al nuovo, la dominazione borbonica sul meridione d’Italia, che inizia nel 1734 con la creazione di un regno indipendente affidato a Carlo di Borbone, figlio del re di Spagna Filippo V, infatti, ha segnato profondamente la cultura e l’idea stessa di Stato nel Sud del nostro Paese ed è, perciò, stato indubbiamente ingeneroso in questi decenni etichettare tutta la complessa fase post-invasione garibaldina come mera “lotta al brigantaggio meridionale”, dal momento che gli ostacoli oggetti all’affermazione di una convinta cultura dell’unificazione nazionale avevano radici profonde nel Sud del paese.
Nel 1861 un viaggiatore che si fosse recato nelle regioni meridionali avrebbe trovato di fronte a sé un quadro contradditorio, con vaste aree dominate dall’analfabetismo, l’arretratezza e il latifondo, che convivevano,però, con alcuni straordinari investimenti in infrastrutture (per tutti la prima tratta ferroviaria italiana, la Napoli-Portici, inaugurata nel 1839) e una struttura produttiva industriale con un accettabile livello di sviluppo.
Nell’interpretazione di Oliva, ciò che accade all’indomani del 1861 finì per tradire le attese - presenti anche in ampi settori della nascente opinione pubblica meridionale - di una “nazione” portatrice di un disegno strategico di lungo periodo capace di garantire sull’intero territorio del nuovo stato progresso civile e modernizzazione: un obiettivo da conseguire con un gigantesco sforzo di integrazione economica e sociale.
E invece - come annota criticamente l’autore - «Per tenere insieme regioni profondamente disomogenee tra loro lo Stato ricorre alla forza militare e a un rigido accentramento amministrativo, che penalizzano il Mezzogiorno e deludono le speranze che hanno accompagnato l’impresa garibaldina».
«Ma soprattutto - prosegue Oliva - per assicurarsi il controllo di un territorio inquieto dal punto di vista sociale, la nuova classe dirigente nazionale, si allea con quelle stesse forze che hanno frenato lo sforzo di ammodernamento dell’età borbonica, cooptandole nella gestione del potere».
Un processo riassunto con rara efficacia dalla famosissima frase pronunciata dal principe di Salina nel Gattopardo: «Bisogna cambiare tutto affinché non cambi nulla».
Quel che compie Oliva è, dunque, un lungo viaggio alla scoperta di pagine di storia colpevolmente oscurate e proprio per questo esposte al rischio di una rilettura in chiave revisionistica neo-borbonica, funzionali unicamente ad ambigue operazioni di rivalsa regionale, che provano a contrapporsi strumentalmente e per mere ragioni di consenso, all’artefatta costruzione di una tradizione storico-culturale unitaria della Padania leghista.
Proprio partendo dallo straordinario e per alcuni versi inatteso successo delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, appare utile e necessaria l’apertura di una fase di riflessione storiografia per - sono parole di Gianni Oliva - «la restituzione dei Borboni all’onore della storia: con le loro contraddizioni, con le loro aperture e con loro rigidità. Sottrarre queste pagine al silenzio della vulgata nazionale è un modo per capire meglio il passato e per gettare luce sul presente, guardando al Mezzogiorno come risorsa e non come problema».

Carditello: asta deserta






Reggia di Carditello: asta deserta, Cimmino interrompe lo sciopero.
Prossima udienza a fine marzo dopo di che il giudice potrà ridurre del 20% la cifra attualmente fissata a 15 milioni di euro.
Il sindaco Cimmino riprende a mangiare,
il 22 marzo sarà da Giorgio Napolitano.



San Tammaro - È andata deserta questa mattina l'asta per la vendita della Reggia borbonica di Carditello, sita nel Comune di San Tammaro. Si partiva da una base di 15 milioni di euro ma, come previsto, non ci sono state offerte. Il prossimo appuntamento è per il 29 marzo, con la stessa somma di partenza, ma nelle udienze successive il giudice potrà ridurre del 20-25% la cifra, rendendo di fatto il sito certamente più appetibile ai privati. Un'eventualità che il sindaco di San Tammaro, Emiddio Cimmino, prova ad escludere. Da quattro giorni ha iniziato uno sciopero della fame per sensibilizzare sulla vicenda l'opinione pubblica e le istituzioni, in particolare Regione e Ministero per i Beni Culturali, e ancora oggi, nonostante nessun segnale sia arrivato dai due enti, non perde l'ottimismo.

Dal Quirinale infatti è giunta la tanto sospirata convocazione per discutere della questione. "Il 22 marzo - annuncia Cimmino - sarò a Roma per incontrare il Capo dello Stato Giorgio Napolitano che è rimasto molto colpito dalla situazione della reggia borbonica anche per le sue origine partenopee. Per questo stasera sospenderò la mia protesta. So che il Presidente ha sollecitato gli enti coinvolti affinchè trovino una soluzione. Per ora nessuno si è fatto sentire ma in ogni caso dobbiamo fare in modo che la Reggia non vada in mani private per evitare infiltrazioni pericolose. E io sono fiducioso che qualcosa si sbloccherà". Dalla Regione, che controlla il Consorzio di Bonifica del Basso Volturno proprietario del sito, potrebbe arrivare una convocazione "anche se al momento - afferma Cimmino - il Governatore Caldoro sta nicchiando. Non capisco cosa aspetti a muoversi".

"La Regione - continua il sindaco di San Tammaro - ha un debito verso il consorzio di circa 7 milioni, se pagasse la situazione migliorerebbe". Il problema, però, sono i 32 milioni di euro di debiti che il Consorzio ha nei confronti dell'ex Banco di Napoli, della cui riscossione si sta occupando la Sga, società del Ministero del Tesoro che avrebbe già incassato per conto dell'istituto di credito almeno 400 milioni di euro. Nel 2003 propose una transazione di 9 milioni di euro ma non se ne fece nulla. "Sono tutti enti pubblici - riflette Cimmino - dovrebbero avere a cuore il destino di un sito così importante come la Reggia di Carditello il cui rilancio potrebbe creare sviluppo e occupazione in una zona come la nostra, distrutta dalle discariche e dalla camorra".

Fonte:   interno18.it del 15.03.2012


giovedì 15 marzo 2012

Asta Carditello andata deserta - Tavolo di discussione per salvare il Sito Reale

Graziano (Pd):
« Il ministro mi ha promesso un tavolo sul Carditello»
Il consigliere regionale Caputo:
« I fondi per salvare la reggia ci sono, faremo una seduta straordinaria»


NAPOLI - «Oggi ho trovato un ministro attento, informato e preoccupato, a lavoro per convocare un tavolo già ad inizio settimana» twitta il parlamentare del Partito Democratico Stefano Graziano riferendosi dell'incontro avuto questo pomeriggio con il ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi. Secondo il deputato democratico, il ministro è già al lavoro per organizzare un tavolo, tra Napoli e Caserta, con gli enti locali e gli altri soggetti interessati per discutere assieme delle possibili soluzioni per la salvaguardia del prezioso sito borbonico della reggia di Carditello. L'onorevole Graziano aveva chiesto un incontro con Ornaghi per sollecitare l'attenzione del governo sui destini del regale sito in provincia di Caserta.

IL DESTINO DELLA REGGIA
«Si terrà a Carditello la prossima seduta straordinaria della Prima Commissione regionale speciale, Trasparenza e Controllo Atti.» Ad annunciarlo, il presidente della stessa Commissione, Nicola Caputo, consigliere regionale pd. «Ho invitato tutti i soggetti interessati - dichiara Caputo - per discutere del destino della reggia di Carditello e per porre in essere tutte le iniziative per la salvaguardia il bene nel periodo di custodia giudiziale». «La decisione, di recarsi presso la Reggia, proprio nel momento più buio della sua storia, nasce dalla necessità di mostrare che le istituzioni non hanno intenzione di abbandonare il campo ma che, anzi, proseguiranno nella loro azione di iniziativa politica per il complesso monumentale».

I FONDI CI SONO
«Oggi sono stato presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere per assistere alla procedura e poi dal sindaco Cimmino, per portare la mia solidarietà e ringraziarlo per tutto quanto sta facendo per salvare il ''real sito''. L'asta andata deserta - continua Caputo - non deve far abbassare la guardia: oggi più che mai siamo preoccupati del destino della reggia, lasciata ormai da parecchio, all'incuria la cui manutenzione, voglio ricordarlo, è stata affidata, solo recentemente, al Comune di San Tammaro e ai volontari delle Associazioni». «I fondi per salvare la reggia di Carditello ci sono - continua Caputo - infatti, nel bilancio gestionale 2012 della regione sono stati appostati 3 milioni di euro: con queste risorse si potrebbe dar seguito all'accordo con la società creditrice. C'è bisogno però che la Regione e in particolare, il presidente della Giunta Regionale Caldoro, metta in campo azioni urgenti in quanto i rischi aumentano col passar del tempo.» «Il 29 marzo, infatti, data decisa dal tribunale per la vendita del bene, il prezzo scenderà ulteriormente rendendone ancora più appetibile il suo acquisto. Intanto - conclude Caputo - continueremo a lavorare perchè si attui la norma regionale, prevista nella Finanziaria 2012, di costituire la fondazione «Carditello», sul modello di gestione utilizzato per altri beni architettonici di interesse storico in Italia»

Redazione online CORRIERE DEL MEZZOGIORNO.it
15 marzo 2012

A Gaeta eravamo in molti - XXI Convegno Tradizionalista



Quello di Gaeta è sempre stato, per il Movimento Neoborbonico, un appuntamento importante. Quest’anno, dopo il grande successo della contro celebrazione dello scorso anno e dopo l’imprevisto e inevitabile rinvio di febbraio, nessuno si aspettava un risultato simile in termini di partecipazione, di coinvolgimento e di prospettive future. Oltre 150 le persone intervenute alla seduta straordinaria del “Parlamento delle Due Sicilie” con delegati provenienti da tutte le regioni del nostro antico Regno (e dagli “esteri”) e con un contributo di idee importanti per il nostro futuro. Oltre 400, nel pomeriggio, le persone intervenute al convegno aperto dalle note dell’inno delle Due Sicilie suonato da Francesca Romano e da un intervento musicale quanto mai significativo e commovente di Mimmo Cavallo accompagnato dalle immagini curate da Pino Marino e Daunia Due Sicilie (in un estratto dallo spettacolo “Fora Savoia”).
Platea attenta dal primo all’ultimo minuto e durante tutti gli interventi moderati con partecipazione e discrezione da Marina Campanile (da Pino Aprile a Lorenzo Del Boca, da Claudio Romano ad Aldo Pace, da Sevi Scafetta, artefice principale dell’evento a Gennaro De Crescenzo, che hanno confrontato passato e presente tra primati positivi del passato e primati negativi del presente, smantellamenti di fabbriche e di banche, massacri e colonizzazioni ancora attuali…).  Diversi, quest’anno, i momenti veramente da ricordare e da mettere nel nostro bagaglio di energie culturali necessarie per le prossime e numerose “battaglie”: dalla mostra di immagini del maestro Gennaro Pisco, che ha sintetizzato su carta, rame e tela le verità storiche che finora altri avevano affidato sole alle parole, alle dichiarazioni del sindaco di Gaeta Raimondi che ha sottolineato, commosso, i legami stretti e costanti tra la sua città, la storia borbonica e il Sud di ieri e di oggi, dai saluti affettuosi di Sua Altezza Reale Carlo di Borbone alla medaglia d’oro conferita dall’Ordine Costantiniano alla città fedelissima, dagli abbracci tra compatrioti che si sono ritrovati per le strade e sugli spalti (incalcolabile il numero dei presenti sulla rocca domenica mattina) tra ideali comuni e sempre più diffusi e radicati ai ragazzi con le divise borboniche guidati dal capitano Romano, le preghiere e la corona per i nostri caduti, le bandiere al vento e i tanti, tantissimi giovani in questi giorni più che mai presenti… Gaeta 2012 resterà nella nostra memoria a lungo. Andiamo avanti, allora, senza pause e senza dubbi, per la nostra strada: quella dell’orgoglio e del riscatto degli antichi Popoli delle Due Sicilie, ma più forti e sicuri del sostegno di tutti i compatrioti che non possiamo che ringraziare e che hanno condiviso con noi riflessioni ed emozioni, tra strette di mano, foto, domande, proposte, progetti e qualche lacrima…
Movimento Neoborbonico, 11 marzo 2012 




martedì 13 marzo 2012

Per salvare il Carditello il Sindaco inizia lo sciopero della fame

Emiddio Cimmino
il Sindaco di San Tammaro che difende con tutte le sue forze
un patrimonio comune di inestimabile valore storico ed architettonico.
A questo Uomo coraggioso va tutta la nostra stima e la nostra solidarietà.

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Si inasprisce la protesta contro l’abbandono e il degrado della Reggia di Carditello, uno dei 22 siti della dinastia reale dei Borbone in provincia di Caserta, che oggi rappresenta una vergogna tutta italiana.


Emiddio Cimmino, sindaco di San Tammaro, sul cui territorio ricade il sito borbonico, da lunedì mattina ha iniziato lo sciopero della fame. “Resterò qui, senza mangiare, fino a quando la Regione Campania non prenderà un provvedimento definitivo su Carditello”. Giovedì ci sarà l’asta, 15 milioni di euro. Se questa andrà deserta, il 29 marzo ne basteranno 10,5.
L’appello, da parte di cittadini e associazioni, è da sempre quello di un intervento da parte della Regione, affinché estingua i debiti del consorzio di bonifica (proprietario del sito) e, dunque, blocchi l’asta. Sarebbe questo il solo modo per salvare Carditello, evitando che finisca in mano alla speculazione o, addirittura, e da queste parti non sarebbe una novità, alla criminalità organizzata. Intanto, visto che il sito non è protetto da vigilanza, proseguono i furti di affreschi, pavimenti e perfino di cancelli e di rame degli impianti elettrici. Furti, forse, “mirati”, per far scendere il valore del sito. Non a caso, il sindaco Cimmino afferma: “Mi chiedo perché il presidente Stefano Caldoro non abbia mai sentito il bisogno di venire nella nostra cittadina a conoscere la reggia. Mi chiedo come mai non si preoccupa di far finire nelle mani della camorra un bene che appartiene all’Italia. Non oso pensare che gli faccia piacere”. Ma Cimmino avverte: “Sappiano coloro che pensano di comprare la reggia di Carditello che il nostro piano regolatore che stiamo per approvare prevede vincoli invalicabili per tutto il perimetro del sito borbonico. Ci pensino bene prima di fare l’affare”.

LA STORIA. Il nome deriva da “Carduetum, cardueti - cardito, carditello”, ovvero “luogo piantato a cardi”, perché il luogo si presentava disseminato, appunto, della pianta di cardo, tanto da formare una barriera per chi voleva inoltrarsi a piedi o a cavallo. Costruito dall'architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, e situato a circa quattro chilometri ad ovest al centro abitato San Tammaro, a metà strada tra Napoli e Caserta, Carditello è un complesso architettonico sobrio ed elegante di stile neoclassico, destinato da Carlo di Borbone (1716-1788) a luogo per la caccia e l’allevamento di cavalli, poi trasformato, per volontà di Ferdinando IV di Borbone (1751-1752), in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l’allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. Non un semplice luogo di “svago” per i reali, dunque, ma vera espressione di imprenditoria ispirata dalle idee illuministiche che caratterizzavano quei tempi.
IL CONSORZIO. Nel 1920 gli immobili e l'arredamento passarono dal demanio all'Opera Nazionale Combattenti. I 2070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti, esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti, che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del “Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno”. Nel 1943 fu occupata dalle truppe tedesche, che vi stabilirono il proprio comando. I vandalismi dei soldati contribuirono a incrementare lo stato di degrado.
L'ABBANDONO. Da allora la tenuta, che dovrebbe rappresentare una delle principali attrazioni turistiche della Campania e del Sud Italia, è in preda al più totale degrado e abbandono. E la razzia di decori, sculture, arredi architettonici, pavimenti, attrezzature agricole, è all’ordine del giorno. Una vergogna tutta italiana, testimonianza, mai come in questo caso, dell’assenza delle istituzioni e del disinteresse verso il grande patrimonio storico di queste terre.
L'ASTA. Il 27 gennaio 2011 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, a fronte dei debiti del consorzio di bonifica, ha disposto la vendita all’asta del complesso monumentale al prezzo base di 20 milioni di euro. Una prima asta è andata deserta, così come la seconda svoltasi a novembre. Ora la nuova asta sarà effettuata, il 15 marzo, con un ribasso del 25 per cento, dunque al costo di 15 milioni di euro. Se anche quest’ultima andasse deserta, il prezzo scenderebbe attorno ai 10 milioni, e così via, fino a raggiungere una cifra “appetibile”. Il rischio è che il sito, finendo in mano a privati, potrebbe trasformarsi in un beauty center, un casinò, o comunque assumere una destinazione completamente diversa da quella originale.

Fonte PUPIA



lunedì 12 marzo 2012

Il Ponte Borbonico sul Garigliano

Mentre si combatte su più fronti per salvare la Reggia del Carditello, patrimonio inestimabile di architettura e di scienza agricola, continua il processo di valorizzazione e tutela di un altro gioiello della nostra antica Nazione: il Ponte di ferro sul Fiume Garigliano. Tutto ebbe inizio nel 1990, quando un pugno di agguerriti uomini di buona volontà, capeggiati dal grande don Paolo Capobianco, sacerdote di prima linea, intraprese una estenuante vertenza politica e burocratica che, alla fine, decretò la ricostruzione e la tutela del magnifico primato di alta ingegneria.
Ora un nuovo importantissimo traguardo.